Politica

"Quer pasticciaccio brutto de Macedonia": 22 morti in cerca di autore

Articolo pubblicato il 09 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 09 ottobre 2015

Dalla disputa sul nome ufficiale, ai due cugini del Premier che controllano sicurezza e media. Dall'omicidio di un 22enne insabbiato dal Governo, alle proteste di piazza. Fino ad arrivare all'oscuro scontro a fuoco di Kumanovo, che ha fatto 22 morti. Una ricostruzione del sistema Macedonia e di quello che è successo nel Paese negli ultimi tempi.

La Macedonia è un piccolo paese incastonato nei Balcani, senza sbocco sul mare, dichiaratosi indipendente dalla Jugoslavia nel 1991. Con l’approssimarsi della definitva dissoluzione della Federazione, nonostante le nefaste previsioni che prefiguravano proprio questo Paese come il probabile palcoscenico di scontri inter-etnici, la Macedonia si risparmiò le guerre che, negli anni Novanta. sconvolsero le sue ex-consorelle, Bosnia e Croazia.

Il vicino è il mio nemico

Anche quando 240 mila profughi kosovari entrarono nel Paese fuggendo dal conflitto del 1999, la "normalità" sembrò ristabilirsi in pochi anni. Attentati e pressioni internazionali spinsero il governo macedone già nel 2001, con il trattato di Ohrid, ad accordare alla minoranza albanese-kosovara eguali diritti e riconoscimento. L’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo), un'organizzazione terroristica kosovaro-albanese attiva anche in Serbia, depose dunque i kalašnikov ed entrò in Parlamento.

Il relativo equilibrio in politica interna si affianca alle tensioni internazionali con i vicini. Le sporadiche e velleitarie rivendicazioni di una Grande Albania, che riunisca tutte le terre abitate dagli albanesi e sottragga de facto una porzione di territorio alla Macedonia, bastano a tenere ancora alta la tensione tra i due Paesi. Con la Bulgaria il richiamo all'affinità linguistica e alla comune origine slava a volte rinfocolano le pressioni verso le minoranze non macedoni, in primis quella albanese. Infine, la disputa grottesca con la Grecia riguardo la denominazione ufficiale dello Stato: nei documenti internazionali la Macedonia è costretta a firmarsi FYROM (Former Yugoslavian Repubblic of Macedonia) per non dare adito alle paure greche. Atene teme infatti che Skopje possa rivendicare pretese sulla Macedonia classica, quella di Alessandro Magno, che comprende anche territori dell’attuale Grecia.

Un Premier in famiglia, nona stagione

Dal 2006 la Macedonia viaggia a democrazia "limitata". In quell’anno è salito al potere l’attuale premier, Nikola Gruevksi, leader del VMRO, il partito di centro-destra che ha sbaragliato i socialdemocratici, promettendo lotta alla disoccupazione, protagonismo internazionale e stabilità politica. In pochi anni Gruevski è riuscito a creare un sistema di potere robusto e impenetrabile, tanto da far parlare alcuni di "partito-stato".

In uno scenario orwelliano colpisce la centralità quasi saudita della famiglia del Premier: grazie ad una privatizzazione oculata delle aziende dell'ex Stato socialista, un cugino di Gruevski controlla tre dei più importanti quotidiani nazionali e un altro, ex responsabile dei servizi segreti, ha diretto e dirige la principale agenzia di sicurezza privata del Paese. Inoltre, per avere un lavoro bisogna passare dal partito. Il VMRO controlla direttamente i suoi bacini elettorali, arrivando a inviare sms per consigliare caldamente la partecipazione alle manifestazioni di piazza filo-governative. In cambio si ricevono cibo e un rimborso spese. E, soprattutto, la sicurezza lavorativa.

Wikileaks in salsa macedone e la reazione popolare

In questo clima di autocrazia soft, a inizio 2015 è deflagrata la rivelazione urbi et orbi di alcune intercettazioni tra membri influenti della casta governativa. L’opposizione socialdemocratica ha cavalcato questa Wikileaks macedone, ed è emerso un quadro da democradura sudamericana, con il Governo che sembra aver spiato 20 mila persone, tra politici avversari, giornalisti e membri della società civile. Sembra sia stato capace addirittura di imbastire un finto incidente per insabbiare l'omicidio di un 22enne. Probabilmente ubriaco, Martin Neskovski era stato pestato a morte dai servizi di sicurezza del VMRO, durante la notte di festeggiamenti per la vittoria alle elezioni del 2011.

Lo scandalo non si è limitato all'indignazione virtuale: in primavera è scattata la più grande protesta di massa della storia recente dei Balcani. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza (e ci sono rimaste) per chiedere la loro Mani pulite e un cambio al governo in grado di spezzare la rete di interessi, lobbying e violenza del sistema Gruevski. Elemento da annotare, il fronte di protesta è multietnico, con membri di tutte le comunità uniti da ideali politici impermeabili (almeno per questa volta) ai richiami etno-nazionalisti, di solito così irresistibili in questi territori della ex Jugoslavia.

Vecchi fantasmi sul palco a Kumanovo, cui prodest?

Il 9 maggio 2015 a Kumanovo, seconda città per numero di abitanti, succede qualcosa di grosso: degli scontri armati tra l'Esercito, supportato dalla Polizia, e un non meglio precisato "gruppo terroristico", barricatosi in un quartiere a maggioranza albanese. La guerriglia urbana lascia sul campo 22 morti, e svariate abitazioni sventrate dalla potenza di fuoco. La vicenda rimane con dei punti mai del tutto chiariti. Tuttavia la versione ufficiale del Governo è perentoria: «Si è trattato di un’operazione anti-terrorismo svolta contro una cellula che progettava attentati contro obiettivi sensibili, penetrata dal Kosovo». Tradotto, tutti in casa, è tornato l’UCK.

Come detto prima, la Macedonia ha storicamente gestito meglio dei suoi vicini le diatribe inter-etniche, ma le ceneri latenti dei conflitti recenti nell’area sono sempre pronte a trasformarsi in fiammate. Vuoi per la grandeur albanese, vuoi per il revanscismo serbo, declinabile a piacere in pan-serbismo, pan-slavismo o jugo-nostalgia.

Tutto deve cambiare affinché nulla cambi

Il diavolo è nei dettagli. E a Kumanovo molti non tornano. Perché l’UCK si dovrebbe prendere la briga di ritornare in armi dopo 14 anni di latenza? E senza nemmeno rivendicare l’operazione a fuoco, perdendo proprio il potenziale "metastatico" del terrore su cui si basa il terrorismo (pleonasmo deliberato). E perché, se il rischio di nuovi attentati era reale, già un paio di giorni dopo il 9 maggio non si vedevano più militari per le strade?

Il timing, poi, è l’elemento che genera più dubbi. Un Governo in crisi che rischia di venire scacciato dall'Olimpo insieme a tutti i suoi commensali; un movimento di piazza esigente e coeso; il disinteresse dei media e della politica europea per la Macedonia. A Skopje i malpensanti sospettano che Gruevski abbia provato a giocarsi la "carta etnica" per dirottare l'attenzione dalle prassi para-mafiose, ormai venute a galla, verso il sempreverde tema della sicurezza, per rinsaldare così un sistema di potere basato sulla etno-politica: i miei votano me, i tuoi votano te, poi noi due ci accordiamo. Gli scontri di Kumanovo sarebbero stati, secondo queste ricostruzioni, tra Esercito e un gruppo di mercenari arruolati ad hoc. Il gioco sarebbe sfuggito di mano e c’è scappato il morto.

Gruevski ha annunciato le sue dimissioni, nel 2016 si terranno nuove elezioni. Proprio l’ex premier, ça va sans dire, è in testa nei sondaggi pre-elettorali. In ex Jugoslavia, accarezzare il vaso di Pandora delle tensioni etniche continua a dimostrarsi una strategia vincente.

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Sabato 26 settembre cafébabel Torino è andato al primo appuntamento della rassegna "Discorsi da bar", serate di approfondimento su temi balcanici proposte dalla redazione di East Journal presso il circolo Polski Kot, di via Massena a Torino. 

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Torino.