Politica

Quando i Balcani danno le spalle all'Europa

Articolo pubblicato il 05 febbraio 2014
Articolo pubblicato il 05 febbraio 2014

Nei Balcani, sebbene l'Ue sup­por­ti le eco­no­mie degli Stati in vista di un ul­te­rio­re al­lar­ga­men­to, il sen­ti­men­to an­ti-oc­ci­den­tale è an­co­ra forte e dif­fu­so. La Ser­bia af­fron­ta una delle re­ces­sio­ni più dure del con­ti­nen­te, men­tre la Croa­zia, neo-am­mes­sa nel­l'U­nio­ne, sten­ta a ri­par­ti­re no­no­stan­te i fi­nan­zia­men­ti a piog­gia. Re­por­ta­ge.

Solo al Ver­ti­ce di Sa­lo­nic­co, nel 2003, Ro­ma­no Prodi – al­lo­ra Pre­si­den­te della Com­mis­sio­ne eu­ro­pea – ebbe l'ar­di­re di in­clu­de­re i Bal­ca­ni in una po­li­ti­ca eu­ro­pea di ampio re­spi­ro. Prima di al­lo­ra, causa la fran­tu­ma­zio­ne della Ju­go­sla­via e due guer­re, la pe­ni­so­la era stata con­si­de­ra­ta più un Far West e un ter­re­no di scon­tro tra gli in­te­res­si eu­ro­pei, russi e ira­nia­ni. Sem­bra che, an­co­ra oggi, nes­su­no abbia vinto la par­ti­ta.

Lon­ta­ni dal­l'Eu­ro­pa

Il primo logo del­l'Ue a Bel­gra­do, in Ser­bia, lo vedo quasi per caso, ben na­sco­sto da un gi­gan­te­sco car­tel­lo­ne con la ban­die­ra na­zio­na­le e quel­la russa che si fon­do­no tra di loro: un inno alla fra­tel­lan­za slava in nome di sua san­ti­tà Gaz­prom. Altri ma­ni­fe­sti sono in­fis­si qua e là, tra le gambe di qual­che mo­del­la moz­za­fia­to e lo scher­mo su cui pas­sa­no i ri­sul­ta­ti di cal­cio. Non va molto me­glio a Uzice. Una targa mi av­vi­sa che in cen­tro c'è un uf­fi­cio che ge­sti­sce i fondi eu­ro­pei (pro­ba­bil­men­te quel­li per il man­te­ni­men­to del­l'al­to­pia­no di Zla­ti­bor, uno dei fiori al­l'oc­chiel­lo del tu­ri­smo bal­ca­ni­co), ma è dif­fi­ci­le leg­ge­re le let­te­re sbia­di­te dalla rug­gi­ne. In Bo­snia in­ve­ce nem­me­no un se­gna­le, a ma­la­pe­na qual­che logo in fondo agli av­vi­si di un pro­get­to in corso d'o­pe­ra da 10 anni.

Va de­ci­sa­men­te me­glio una volta en­tra­ti in Mon­te­ne­gro. La pro­pa­gan­da eu­ro­pea si spre­ca a tutto campo: dal co­fi­nan­zia­men­to dei pro­get­ti di re­stau­ro del pa­tri­mo­nio am­bien­ta­le e ar­ti­sti­co, alla pura e sem­pli­ce pre­sen­za di mes­sag­gi pro­mo­zio­na­li del­l'Ue. Anche qua, però, è più fa­ci­le no­ta­re la fac­cia sor­ri­den­te di Milo Đuka­no­vić, lea­der della coa­li­zio­ne che ha vinto le ele­zio­ni nell'au­tun­no 2012, e i suoi pro­cla­mi per un nuovo Mon­te­ne­gro. Pro­ba­bil­men­te è il colpo di coda di un pre­mier dato in de­cli­no dopo 23 anni di po­te­re in un Paese in forte crisi eco­no­mi­ca (anche se meno ri­spet­to al resto del­l'a­rea), una na­zio­ne che deve in parte anche al­l'Eu­ro­pa la sua in­di­pen­den­za dalla Ser­bia.

Per i soldi

Non c'è molto da dire. A noi in­te­res­sa­no i vo­stri soldi, non la vo­stra po­li­ti­ca”, am­met­te con fran­chez­za Tsen­ka, una delle mie guide. “Le vec­chie ge­ne­ra­zio­ni non si fi­dano an­co­ra del­l'Ue. È vero che senza i fondi del­l'Eu­ro­pa e del­l'A­PQ (Ac­cor­do Pro­gram­ma Qua­dro) non sa­rem­mo ar­ri­va­ti lon­ta­no, ma forse ce l'a­vrem­mo fatta co­mun­que senza le vo­stre mis­sio­ni di pace”, ag­giun­ge Bran­ko, il suo com­pa­gno. Mi per­met­to di fargli no­ta­re che, dalla ca­du­ta del re­gi­me, non c’è stato bi­so­gno dei ca­schi blu per por­ta­re caos nel Paese e che la Ser­bia, sep­pur mag­gior­men­te col­pi­ta dalla crisi del­l’a­rea, ha ot­te­nu­to fi­nan­zia­men­ti per mi­liar­di dal FMI (Fondo Mo­ne­ta­rio In­ter­na­zio­na­le). La ri­spo­sta è sem­pre la stes­sa, da Vir­pa­zar a Sre­bre­ni­ca: l'Oc­ci­den­te è un ospi­te non trop­po gra­di­to. So­prat­tut­to ora che anche la Croa­zia è en­tra­ta a far parte del­l’Ue; un even­to che marca an­co­ra di più il con­fi­ne tra la co­sid­det­ta Bal­ka­ni­sche Mit­te­leu­ro­pa (la parte nord dei Bal­ca­ni, ndr.) e il resto della pe­ni­so­la. Sep­pur cir­con­da­ti, i vec­chi Stati del­l'ex-Ju­go­sla­via non vo­glio­no ce­de­re trop­po a Bru­xel­les.

Quin­di, la trat­ta di volo Char­le­roi-Pod­go­ri­ca aper­ta da poco, è solo una coin­ci­den­za? “No, come ab­bia­mo detto, anche se dob­bia­mo man­te­ne­re la no­stra iden­ti­tà, siamo costretti a fare i conti con il vo­stro espan­sio­ni­smo”, am­met­te Bran­ko. Frasi che sento ri­pe­te­re anche da giu­li­vi stu­den­ti dei licei o delle uni­ver­si­tà. Seb­be­ne sia dif­fi­ci­le tro­va­re chi non ap­prez­za i van­tag­gi of­fer­ti dal­l'Eu­ro­pa (abo­li­zio­ne di gran parte dei visti e pos­si­bi­li­tà di viag­gia­re con la sola carta d'i­den­ti­tà dal 2010), la di­fe­sa del­l'i­den­ti­tà è molto forte. Per ca­pi­re il rap­por­to tra que­sta terra e l’Eu­ro­pa, più di una per­so­na mi con­si­glia di ve­de­re il film 70 dana. Nella pel­li­co­la, un gio­va­ne sca­pe­stra­to prima se­que­stra una nonna per so­sti­tui­re la sua ap­pe­na morta, in modo da con­ti­nua­re a usu­frui­re della pen­sio­ne di guer­ra. Poi, pren­de il treno per Za­ga­bria per­ché stan­co della Ser­bia.

Tra due gi­gan­ti

Iro­ni­ca­men­te, le voci più eu­ro­pei­ste sono quel­le delle per­so­ne che con la cul­tu­ra bal­ca­ni­ca hanno poco a che fare. “Se aspet­ta­va­mo il go­ver­no cen­tra­le, Ca­tta­ro era an­co­ra da ri­met­te­re a posto: ades­so è un gio­iel­lo”, con­fes­sa un mem­bro di un grup­po po­li­ti­co lo­ca­le di nazionalità italiana, che però non vuole ri­la­scia­re la sua iden­ti­tà. “Da quan­do, nel 2008, l’Eu­ro­pa ci ha ri­co­no­sciu­ti come mi­no­ran­za le­git­ti­ma, ab­bia­mo fatto passi da gi­gan­te”, mi dice mo­stran­do­mi le an­ti­che strut­tu­re ve­ne­zia­ne. Seb­be­ne sia stata pro­prio l'on­da buona del­l'in­di­pen­den­za mon­te­ne­gri­na a per­met­te­re lo sbloc­co dei fondi, il mio in­ter­lo­cu­to­re ri­tien­e che non siano state Roma, Pod­go­ri­ca o Bel­gra­do, a do­na­re a Ca­tta­ro (mai Kotor – "Cat­ta­ro" in lingua montenegrina, – nella con­ver­sa­zio­ne) una se­con­da vita, bensì Ve­ne­zia. Egor, un russo che ha tro­va­to la­vo­ro in Mon­te­ne­gro come ad­det­to alle co­mu­ni­ca­zio­ni pres­so una pic­co­la azien­da, si mo­stra più tran­quil­lo. “Di­ce­va­no le stes­se cose a noi 10 anni fa (quan­do Putin ha fatto pio­ve­re i suoi rubli sui Bal­ca­ni per man­te­ner­li fuori dal­l'or­bi­ta eu­ro­pea). Ades­so, è più fa­ci­le per uno della mia età tro­va­re la­vo­ro qua a Pod­go­ri­ca, piut­to­sto che in Rus­sia. Apri­ran­no le porte anche all'Eu­ro­pa ap­pe­na ve­dran­no di non po­ter­si bar­ca­me­na­re per sem­pre tra i due gi­gan­ti”.