Politica

Qualcuno non uccide solo d'estate: capire la strage di Ankara

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 14 ottobre 2015

Martedì sera siamo stati alla manifestazione organizzata a Torino, in solidarietà con le vittime dell'attentato ad Ankara di sabato scorso. Un'occasione per provare a capire dove nasce quello che potrebbe diventare l'11 settembre della Turchia

Dilan è una giovane ragazza turca. Sia io che lei usciamo di casa per andare alla stazione. Andiamo alla manifestazione per chiedere al Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di interrompere le offensive contro il PKK (Partito dei lavoratori curdi, dichiarato illegale in Turchia, n.d.r.) e la popolazione civile del Bakur, il Kurdistan turco, tornando al tavolo delle trattative. Il 1° novembre in Turchia si terranno le elezioni anticipate per il rinnovo del Parlamento. Il partito di sinistra filo-curdo (e ammesso alla competizione elettorale), HDP, avrà un peso determinante dopo che alle ultime elezioni di giugno era riuscito a superare la soglia di sbarramento: il 10%, la più alta al mondo. 

Arrivati alla stazione, né io né Dilan abbiamo il minimo sentore che possa succedere qualcosa. C’è pochissima Polizia. I manifestanti si stanno radunando, iniziano a spuntare le solite bandiere delle sigle della sinistra alternativa, tra mezz’ora inizierà il corteo. Ma qui le nostre storie prendono una piega diversa.

La storia ha le sue rime

Cinque chili di tritolo a testa. Due attentatori suicidi fanno esplodere a distanza ravvicinata due ordigni nei pressi della stazione. È sabato, quasi mezzogiorno, orario di punta per la principale stazione della Capitale di un Paese con 80 milioni di abitanti. Dilan Sankaya è morta nell’attentato di Ankara. Era un’attivista dell’EMEP, il Labour party turco, una tra le decine di sigle partitiche e sindacali che avevano invitato a scendere in piazza per chiedere la pace. Con lei se ne vanno (stando ai numeri aggiornati al 13 ottobre), altre 128 persone. I feriti sono più di 500.

Quel sabato 10 ottobre 2015 ad Ankara entrerà nella storia turca con la stessa prepotenza del 9 dicembre del 1969 a Milano, o del 2 agosto del 1981 a Bologna per la storia italiana: questa è una strage, il più grave attentato della storia della Turchia.

Katil Erdoğan

Il 12 ottobre vado alla manifestazione di Torino, organizzata in solidarietà con le vittime, i feriti e tutti coloro che continuano comunque a scendere in piazza per chiedere un cambio di rotta al premier Ahmet Davutoğlu. Spiccano le bandiere verdi con il viso di Abdullah Öcalan, ideologo del PKK, relegato a vita sull’isola di Imrali, la Guantanamo turca (una storia in cui anche l’Italia ha avuto la sua parte). Il ritrovo è alla stazione Porta Nuova, ci sono circa 300 persone. Canti curdi e turchi intervallano i cori, con lo slogan "Katil Erdoğan" (Erdoğan assassino), scandito a gran voce.

Come le vicende italiane insegnano, la verità storica è rivelata solo quando è ormai innocua, ma la piazza sa riconoscere le mani che l’hanno insanguinata. Se non corresponsabile, è innegabile che il Governo non abbia sentito l’esigenza di dare l’impressione di essere particolarmente dispiaciuto del fatto sanguinoso. Subito dopo l’esplosione, sono intervenute camionette della Polizia con cannoni ad acqua, ritardando i soccorsi e aumentando così il numero delle vittime. Inoltre, come per altri recenti casi simili, sembra che il Governo non intenda formare una commissione parlamentare ad hoc: sulle indagini è stato già posto il segreto istruttorio.

In breve, il presentimento che i due attentatori suicidi, verosimilmente reclutati negli ambienti islamici estremisti o nell’estrema destra turca, nascondano dietro di sé quello "Stato profondo" (chiamato in causa anche per le decine di omicidi politici compiuti a partire dagli anni ’90) è più che una sensazione diffusa. Per quale motivo?

ISIS, odi et amo

Le immagini dell’esplosione hanno fatto il giro del mondo, aumentando la pressione internazionale sul Governo, da mesi alle prese con sfide macroscopiche che compromettono la stabilità del Paese. Due milioni di profughi siriani ed iracheni sul proprio territorio iniziano a creare tensioni sociali, con l’estrema destra turca che vuole ritagliarsi la propria parte nell'arena politica. Dentro la "Fortezza Europa", intanto, si intavolano trattative finalizzate a lasciare che il Governo turco si sbrighi in casa la spinosa questione. 

Ma, soprattutto, è il contrasto allo Stato Islamico a suscitare le maggiori preoccupazioni del Governo turco in tema di politica estera. Uno degli eserciti più potenti della NATO sembra non essere in grado di debellare i nettamente meno equipaggiati miliziani estremisti. Le accuse di connivenza con il Califfato piovono da più parti: perlomeno sembra accertato un certo tasso di indifferenza alle frontiere riguardo i foreign fighter provenienti dall’estero e arruolati dall’ISIS sul fronte siriano.

Quest’attentato mirerebbe a rinsaldare un paese diviso e l’opinione pubblica internazionale attorno al mantra evergreen della sicurezza, accreditando il Governo come unico garante della stabilità alle porte d’Europa.

L’ascesa dei curdi

Tuttavia, la priorità del governo sembra essere la politica interna. A giugno, per la prima volta dal 2002, il partito di governo del Presidente ErdoğanAKP, non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta. Non l’ha raggiunta proprio quando gli servirebbe per varare una riforma costituzionale che trasformerebbe la Turchia in una Repubblica presidenziale sul modello della Russia. L’exploit dell’HDP filo-curdo, guidato dal carismatico Selahattin Demirtas, è stato capace di raggranellare voti anche tra i giovani turchi di sinistra e ha scombinato i piani, portando per la prima volta un attore curdo in Parlamento.

E anche fuori dal Parlamento la popolarità dei curdi è in crescita. Sono infatti saliti alla ribalta internazionale per il loro ruolo di unici oppositori de facto all’avanzata dello Stato Islamico, a cui stanno infliggendo sonore sconfitte, come la riconquista della città di Kobane, città simbolo della resistenza curda. La partita sullo scacchiere geopolitico è ancora più tesa dopo l’intervento russo in Siria: proprio oggi Davutoğlu ha ribadito che la Turchia non accetterà che, in chiave anti-ISIS, sia prestato sostegno internazionale, militare e logistico ai curdi siriani, ritenuti da Ankara troppo vicini ai fratelli curdi per non costituire un pericolo all’integrità nazionale.

Le bombe dell'attentato di Ankara provano a ridividere il Paese. Tornare all’etnia: curdi contro turchi. Erdoğan punta a raccogliere dall’estrema destra anti-curda i voti necessari a superare il 50%, cercando nel frattempo di screditare Demirtas e l’HDP come complici del terrorismo. Dopo l’attentato, la stampa di opposizione è stata pressoché silenziata, Erdoğan e Davutoğlu sono gli unici con il microfono acceso. 

Dunque, anche la ripresa degli scontri con il PKK, congelati dal 2013, si inserisce in questa prospettiva. Nonostante la tregua proclamata unilateralmente dal Partito curdo dei lavoratori dopo l’attentato di sabato, le offensive dell’Esercito turco non si sono interrotte. Il cessate il fuoco era stato dichiarato dai curdi per garantire un clima il più possibile sereno in vista delle elezioni di novembre. Elezioni che, dopo questo 11 settembre turco, fanno paura, letteralmente paura. Un amico turco di Izmir, Murat, mi scrive: «It seems a civil war coming to Turkey. More bloody days are coming».

Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Torino.