Politica

Processo a Lozano. Cosa ne pensano i cittadini?

Articolo pubblicato il 14 maggio 2007
Selezionato dalla redazione
Articolo pubblicato il 14 maggio 2007
Il 10 luglio, a Roma, è ripreso il processo in contumacia del soldato che uccise in Iraq l'agente del Sismi Nicola Calipari.

Bagdad, 4 marzo 2005. Il soldato americano Mario Lozano uccide a un checkpoint l'agente del Sismi Nicola Calipari ferendo un maggiore dei Carabinieri e la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata. «Tragico incidente» secondo l’indagine Usa: l’auto degli italiani non aveva rispettato gli avvisi dei soldati fermi al posto di blocco americano, come ripetuto dallo stesso Lozano in una intervista al New York Post. Washington rifiuta quindi l'estradizione. Ma l'Italia non ci sta. Il 17 aprile parte formalmente a Roma il processo in contumacia a Mario Lozano, procedura resa possibile dall'accusa di delitto politico cui dovrà rispondere il militare Usa. Ma la prima udienza dura solo una quarantina di minuti perché il processo è subito rinviato al 14 maggio e, di nuovo, al 10 luglio per un problema di notifica negli Stati Uniti. Cosa pensano americani e europei di questo rinvio a giudizio? Il vox populi di cafebabel.com

Il militare statunitense: «Anch'io avrei sparato»

Ernesto Haibi, medico di guerra di stanza a Fort Lewis, ha le idee chiare sul giudizio in Italia: «Il processo non sarà imparziale, ci saranno troppe emozioni in gioco». Il trentanovenne di origini cubane è da poco tornato dall’Iraq ed è contrario all'estradizione: «Se mi fossi trovato nella stessa situazione, avrei sparato, come avrebbero fatto molti altri soldati, italiani compresi: tutti hanno diritto all’autodifesa. Certo, se questo soldato uccise sapendo che nell’auto c’erano degli italiani, allora avremmo torto».

L'ingegnere Usa: «È l'effetto 11 settembre»

Contrario all’estradizione è anche Bob, un ingegnere di Fort Lauderdale, Florida: «È stato un incidente di guerra. Dagli attentati dell’11 settembre ci sentiamo minacciati ovunque dal terrorismo, per questo rispondiamo impulsivamente a qualsiasi segnale di pericolo. La soluzione a questa vicenda si dovrebbe trovare tra governi e non con i processi. Il guaio è che i rapporti tra Roma e Washington sono molto più freddi dopo l’episodio del Cermis (quando un aereo americano tranciò i cavi di una funivia, provocando la morte di 20 persone e il pilota, processato negli Usa, fu assolto ndr). Oggi gli italiani esigono un processo in Italia».

La studentessa europea: «Tribunale militare internazionale»

Attualmente in Erasmus a Roma, Anna Orzechowska, polacca, studia Economia e Inglese. Per lei «il giudizio dovrebbe essere affidato a un tribunale militare, considerando che il fatto è stato commesso dall’individuo come soldato e non nella veste di semplice cittadino. Il tribunale, però, non dovrebbe essere americano, per non comportare vantaggi, ma internazionale».

L'esperto inglese: «Ci vorrebbe la Corte Penale Internazionale»

Da un Paese euroscettico come la Gran Bretagna, Michael Brown, dottore in relazioni internazionali, spiega che la Corte Penale Internazionale (cui però gli Stati Uniti non hanno aderito) sarebbe la sede ideale per un giudizio. «Nell’uccisione di un soldato britannico in Iraq, il giudizio americano stabilì l’assenza di colpa, citando il vago concetto di fog of the war, "nebbia di guerra". Per non lasciar cadere il problema, la gente dovrà mantenere alta la pressione sui nostri governi.»