Politica

Perché i Paesi dell’Est sono in crisi?

Article published on 11 maggio 2009
Article published on 11 maggio 2009
A cinque anni di distanza dall’allargamento verso l’est dell’Europa, ancora una reale integrazione è lontana. A seguito della crisi mondiale i Paesi dell’ex blocco sovietico sono quelli più colpiti a causa dei forti investimenti delle banche straniere. Analisi.

Si racconta che Mida, il re di Frigia, ricevette da Dioniso, per la sua ospitalità con Sileno, il dono di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Quello che all’inizio lo rese ricco e felice, presto rivelò gravi conseguenze: perfino il cibo si trasformava in quel metallo brillante, bramato ed eccelso, purtroppo però indigeribile.

Durante i primi anni, dopo l’allargamento dell’Ue, i Paesi dell’est si presentavano come un magnifico campo dove gli investimenti stranieri sarebbero potuti diventare oro. Quel panorama emergente di benessere, diventò addirittura più interessante del modello asiatico. Molte banche occidentali decisero perciò, attratte come mosche, a spostarsi verso tali regioni. La banca austriaca fece del suo meglio. Durante il 2007, quasi la metà degli investimenti globali stranieri si realizzò in quelle regioni, la maggior parte in bonifici bancari (più di 300mila milioni di euro).

Il miraggio del capitalismo finanziario

(Oscar Galván/flickr)Tuttavia, quella felicità diventò presto un miraggio. Con l’arrivo delle difficoltà comuni, i rischi bancari aumentarono di colpo, il calo della domanda, e quindi delle esportazioni, aumentò e la svalutazione delle monete deboli si accentuò, così che i capitali stranieri là investiti furono ritirati rapidamente. Per rispondere alle urgenti necessità nazionali, tutti gli investitori hanno cominciato a scappare, provocando un vuoto e un rischio incalcolabile. Quei paradisi, nei quali il vorace capitale illegittimo pensava poter trasformare tutto in oro in tempo record, hanno deluso le aspettative. Nel periodo di prosperità alzarono i tassi d’interesse per favorire quel flusso, che fece sì che gli imprenditori locali chiedessero prestiti in una valuta più economica come lo era l’euro, lo yen giapponese o il franco svizzero. Il risultato: un elevatissimo indebitamente estero. Così, tutte quelle banche europee con filiali nell’Europa del centro e dell’est guardano con gran preoccupazione questa situazione problematica e rischiosa. Le banche austriache, con la Erste Bank in testa, aumentarono i loro profitti del 30%, fino a 932 milioni di euro, ma nel 2006 si trova al centro di questo uragano.

Una nuova Europa svalutata

Se a tutto ciò si aggiunge la svalutazione delle valute rispetto all’euro, come il Zloty polacco che ha perso un 33% del suo valore, il fiorino ungaro che è sceso più di un 20%, o la corona ceca che supera il 15% di svalutazione in rispetto alla zona euro (Polonia, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca hanno tassi di cambio fluttuante) si capisce perché il futuro non appaia roseo. Non sorprende, quindi, che Joaquín Almunia, Commissario europeo per gli affari economici e monetari, guardi con grande preoccupazione la situazione delle banche del centro, dell’est e del sud d’Europa. Insieme alla situazione ad alto rischio della Romania, bisogna aggiungere che anche Ucraina, Croazia e Serbia si trovano in condizioni preoccupanti. Forse è proprio per questo che l’Ue si è affrettata a dichiararsi disposta a venir loro in aiuto. Se fallisce il sistema finanziario dell’est, la banca occidentale seguirà la stessa sorte, senza possibilità di scampo di fronte ad un così brutale naufragio.