Politica

«Per avere il nucleare in Europa mettiamo a rischio le comunità all’estero»

Articolo pubblicato il 02 febbraio 2009
Articolo pubblicato il 02 febbraio 2009
I Verdi in Europa hanno molto da guadagnare nelle prossime elezioni. Parliamo con il giovane deputato europeo catalano, Raúl Romeva. Si presenta e ci spiega le crescenti prospettive degli ecologisti del continente.

«Due anni fa ero frustrato: qua non c’erano i giornalisti, però in questi ultimi due anni si è riempito grazie alle importanti leggi che si sono discusse e che riguardano la gente». Romeva è un eurodeputato accessibile, comunicativo e, quando si tratta di tirare le orecchie ai giornalisti, piuttosto diretto.

Oggi forse i giornalisti cominceranno a svegliarsi: ci sono le elezioni e si sono resi conto che a Strasburgo e Bruxelles succedono cose importanti.

«Soprattutto perché si è rotta la dinamica del consenso. In un Parlamento, a volte si vince e a volte si perde, e non possiamo far sempre felici tutti. Questo sarebbe togliere dall’opinione pubblica e del dibattito politico la responsabilità degli eletti. Non c’è nessun problema perché entriamo nell’asse sinistra-destra o nell’asse liberale-statalista ecc…».

Come distinguere il discorso dei Verdi da quello dei socialisti e liberali, ora che gli stanno calpestando il programma?

«I socialisti in campagna diventano sempre più ecologisti e più di sinistra. Quando governano diventano quello che loro chiamano “responsabili”. Per i Verdi, l’Europa è la soluzione e non il problema. Siamo federalisti europei: non contrari alle istituzioni statali, però sì a favore della cessione delle competenze statali quando lo stato non può eliminare alcuni problemi».

Come dimostrare che gli eurodeputati non stanno su una torre d’avorio, ma che sono vicini ai problemi dei cittadini?

«Uno dei miti sugli eurodeputati è che siamo sfaticati. Dobbiamo comunicare le nostre attività in forme accessibili a tutti i cittadini. La gente pensa che il Parlamento europeo è lontano, ma io ho un blog che attualizzo quasi tutti i giorni. Bisogna far capire che qua non si viene a discutere del sesso degli angeli: parliamo di come affrontare le esigenze delle persone, per esempio il rifornimento d’energia elettrica, da dove proviene e in che condizioni di sicurezza e arriva. Per fare in modo che le generazioni future non paghino per noi».

C’è il rischio che lo si stia facendo male?

«Naturalmente, ci sono controlli!»

Un esempio?

«Puntando sull’energia nucleare. Dicono che fra dieci anni avremmo la tecnologia per riciclare residui, però per il momento non abbiamo niente. Secondariamente, ci sono i rischi derivanti dalla mancanza di sicurezza nelle centrali. Chernobil è lontana, però non è la stessa cosa parlare di sicurezza nelle centrali francesi che in quelle rumene. In ultimo, la dimensione internazionale: noi, per avere accesso all’uranio, dobbiamo mettere a rischio le comunità locali all’estero».

Avete convinto la Commissione europea a proposito delle energie rinnovabili?

«Con quelle rinnovabili sì».

Le energie rinnovabili garantiscono l’indipendenza energetica degli europei?

«In parte sì».

Su cosa si baserebbe questa indipendenza?

«Anzitutto nel consumare per prima l’energia che produciamo, dobbiamo puntare su quella solare e quell’eolica perché sono sottosfruttate. Così, garantiamo l’indipendenza, la pulizia e la sicurezza. Il secondo punto è l’efficienza energetica. Ridurre il consumo del 20% è il minimo che si può pretendere».

È possibile?

«È necessario»

Però e possibile?

«È possibile se si mettono a disposizione i mezzi necessari».

Non perderemo competitività?

«Se non lo facciamo, non lo faranno neppure gli altri. Bisogna tirare il carro. Nel cambio di Governo degli Stati Uniti è fondamentale e siamo molto fiduciosi. Sempre ci assumiamo gli impegni quando è troppo tardi. Se pensiamo che dobbiamo sedurre le grandi potenze, dobbiamo cominciare con gli Stati Uniti. È un errore pensare che incoraggiando un’industria verde, perderemo le imprese e gli investimenti. In Cina per esempio si sta già costruendo l’auto elettrica più economica del mondo a spese degli investimenti europei perché in Europa mancano gli incentivi. Invece di invogliare gli investitori, li cacciamo».

Pensa che Durão Barroso si merita un secondo mandato alla testa della Commissione?

«Secondo me non era un buon candidato neppure la prima volta. Noi Verdi votammo contro e rimanemmo da soli. È stato solo un mero esecutore delle grandi potenze europee. Sono un sostenitore della commissione come esecutivo reale, ma non al servizio delle grandi potenze europee. Secondo: il suo passato e la sua ideologia lo rendono poco affidabile dal punto di vista sociale, medioambientale e dei diritti e libertà».

Chi potrebbe essere un candidato alternativo per la Presidenza della Commissione?

«La Commissione deve seguire le politiche attuate dal parlamento. Secondo me un buon candidato è quello che riesce a capirlo. Un buon presidente sarebbe Monica Frassoni, con esperienza, vocazione federalista e una visione di quello che è il dibattito globale europeo».

Qual è la tua sensazione a proposito dei risultati dei Verdi?

«In Spagna si manterranno allo stesso livello e in Europa si consolideranno, con tendenza ad aumentare, specialmente in Francia, Svezia, Finlandia, Germania e nei paesi dell’est. Sono uno che difende il lavoro di coalizione. Non credo che la politica esclusivamente verde sia una garanzia, infatti, penso che sia meglio integrare politiche di sinistra e movimenti sociali».

La destra non può essere verde?

«È un controsenso essere verde e dichiararsi di destra. Per me una vera politica verde deve includere una politica sociale di convincimento».