Politica

Pat Cox: «La risposta europea alla crisi è stata impressionante»

Articolo pubblicato il 22 dicembre 2008
Articolo pubblicato il 22 dicembre 2008
Presidente del Parlamento europeo dal 2002 al 2004, il liberale Pat Cox gioisce dell’azione della Commissione per stimolare l’economia attraverso la politica fiscale. Un punto a favore di Barroso e della Presidenza francese che hanno fatto fronte alla crisi finanziaria. Intervista.

Crisi economica, Cina e Trattato di Lisbona rifiutato dagli Irlandesi. Pat Cox risponde alle nostre domande sui tre temi d’attualità che animano la vita politica europea. E lancia anche una boa di salvataggio ad un Barroso la cui popolarità è alla deriva a causa della sua gestione della crisi finanziaria: un gesto che non appartiene al “fare” di questi tempi. All’occasione del terzo Vertice sul futuro dell’Europa svoltosi il 27 e 28 novembre 2008 ad Andorra, l’attuale consulente per le soluzioni all’integrazione europea si spiega.

Secondo Jacques Attali, economista e alto funzionario francese, la risposta europea alla crisi è largamente insufficiente e i 200 miliardi invocati, il minimo che si poteva fare. È d’accordo?

Foto: Commissione europea«Dal punto di vista della politica fiscale, accetto che questo sia un minimo. Invece non accetto che la Commissione sia responsabile di questo, perché il diritto europeo non gli dà la possibilità di gestire la politica fiscale dell’Ue, che resta decentralizzata. Il budget europeo non rappresenta più dell’1% del Pil dei 27. È l’equivalente della metà del budget dei Paesi Bassi, ad esempio. Con tali risorse finanziarie, non possiamo pretendere “un pacchetto” per stimolare l’economia sotto la guida della Commissione. Gli faccio piuttosto i complimenti per aver organizzato una concertazione e per aver stimolato la politica fiscale, la cui forza è più diretta e più immediata di quella della politica monetaria».

E per quello che riguarda la definizione della taglia dell’intervento?

«Ma questo dipende dagli Stati membri. Tra i grandi paesi europei che trainano il nostro sistema economico, i tedeschi, comparati ai paesi che hanno già preso delle grandi misure, dispongono del più largo margine di manovra. Bisogna quindi aspettare e giudicare l’impatto – che io credo abbastanza grande forte – della crisi sull’economia tedesca».

Questa crisi può mettere alla prova la facoltà dell’Ue di apportare oggi una risposta comune ad un problema così grande?

Foto: artemuestra / Flickr«L’Unione non dispone di risorse sufficienti per agire diversamente.È evidente che la politica fiscale annunciata è la somma dei pacchetti nazionali. La capacità della Presidenza francese e di Barroso di gestire la risposta europea è stata impressionante ai miei occhi. È stata data abbastanza in fretta, al momento dell’incontro del 7 novembre, una risposta europea riguardante le grandi linee di una politica dell’evoluzione mondiale di regolamentazione e d’intervento. Ma niente sarà possibile senza la buona volontà degli Stati membri e soprattutto dei paesi chiave per la loro taglia e il loro peso economico».

La Cina ha annullato unilateralmente il vertice con l’Ue. Quale comportamento adottare di fronte a Pechino, mentre la crisi rende evidente la necessità di un rapporto con la Cina?

«I due attori politici hanno bisogno di un processo di dialogo e di cooperazione rinforzata. L’Europa è il primo mercato mondiale per la Cina, più ancora degli Stati Uniti. La Cina è un mercato essenziale per noi. Gli interessi economici sono molto chiari. A livello politico, si ha bisogno di un dialogo approfondito con i cinesi sull’evoluzione del sistema globale degli anni a venire. Trovo quindi molto deludente, ma non sorprendente, la decisione della Cina di annullare il vertice con l’Ue. Il paese resta enormemente sensibile agli interessi nazionali e questo implica il Tibet e Taiwan. Lo so anche troppo bene perché, al momento della mia esperienza parlamentare, ho avuto l’occasione di incontrare degli ufficiali e di visitare il Paese».

Quando si constata che gli interessi nazionali primeggeranno sempre, il governo mondiale raccomandato da alcuni, non è una pura utopia?

Foto: artemuestra / Flickr«Un governo mondiale è utopico, ha ragione. Ma un processo di gestione mondiale non lo è per forza, perché ci sono interessi condivisi. Se c’è una caduta brutale dell’economia reale degli Stati Uniti e dell’Europa, si sente in una maniera molto forte anche in Cina. Penso che esista un “contratto” tra le élite politiche in Cina e la popolazione: si tratta di mantenere un tasso di crescita forte per mantenere la capacità di equilibrare alcune tensioni interne. Pechino ha dunque dei grossi interessi in gioco e se tutto il mondo porta i suoi, si può arrivare ad avere una somma degli interessi condivisi come uno zoccolo duro della famosa gestione. Io non arrivo quindi alla conclusione che si possano fare dei progressi in questo campo».

Voi parlate di contratto tra l’élite e la base in Cina. Se noi lo trasponiamo in Europa e alla sua identità politica, non pensate che questo contratto è stato rotto dall’Irlanda a seguito del «no» al Trattato di Lisbona?

«Creare quest’idea d’Europa dal basso è una grande sfida e l’Irlanda non è isolata. L’incapacità di vendere la Costituzione in Francia, nei Paesi Bassi e poi il risultato irlandese ci mostrano lo scarto tra la percezione quotidiana e la realtà. Noi abbiamo creato l’Europa ma continuiamo a cercare gli europei. Bisogna fare della pedagogia. Sono state fatte delle analisi da noi, in Irlanda, dopo il no al referendum: il 46% degli Irlandesi che si sono astenuti hanno dichiarato che non avevano capito il Trattato e tra quelli che hanno votato «no», si trattava dello stesso motivo per il 42%».

Ma non pensate che ogni governo abbia la sua parte di responsabilità in quello che voi chiamate la differenza tra la percezione e la realtà?

«Assolutamente. C’è, nei dirigenti dell’Unione una cultura radicata che ama fare di Bruxelles il capro espiatorio di ogni problema nazionale. Sono gli Stati che dispongono del funzionamento dell’Ue, non la Commissione. Non si può attaccare Bruxelles dal lunedì al sabato e poi la domenica domandare nel referendum una fedeltà all’Europa. È una questione di etica politica. L’Europa, siamo noi».