Politica

Paradisi fiscali: croce e delizia dell’economia

Articolo pubblicato il 22 aprile 2008
Articolo pubblicato il 22 aprile 2008
Sfruttati per aumentare i profitti o per pagare meno tasse: i paradisi fiscali rappresentano il lato oscuro della finanza internazionale e una necessità del sistema economico. Come eliminarli?

I paradisi fiscali occupano un posto influente all’interno della nostra economia: nell’Unione Europea, la frode fiscale tocca una media che va dal 2 al 2,5 % del Pil. Li si potrebbe quasi definire dei «pilastri essenziali della globalizzazione economica», sottolinea Christian Chavagneux, direttore della rivista francese L’Economie politique e vice-direttore del periodico Alternatives économiques. Che si tratti delle strategie d’investimento delle multinazionali o della divisione internazionale del lavoro, i paradisi fiscali hanno un’incidenza considerevole.

Eliminarli? Si, ma non subito

«Tenendo conto del ruolo fondamentale dei paradisi fiscali nel meccanismo della globalizzazione, denunciarli in modo brutale provocherebbe delle gravi disfunzioni economiche e finanziarie», spiega Chavagneux. Se li si vuole perseguire in maniera decisa ed efficace, bisogna mettere in atto una strategia che anticipi, in qualche modo, questa intenzione, per non cogliere di sorpresa nessuno. Allo stesso tempo bisogna tener conto dei tentativi di lobbying che ne derivano da questi centri off-shore.

La politica europea messa in atto contro i paradisi fiscali va nella giusta direzione. Da una parte, si tratta di rivolgersi prima di tutto ai redditi di risparmio delle persone agiate (direttiva di risparmio) e, da un’altra parte, di armonizzare le basi fiscali in Europa (progetto di direttiva promessa per il 2008). Questa politica sarà tanto più efficace se sarà affiancata a delle azioni nazionali anti-frode come, ad esempio, il controllo sui prezzi dei bonifici, dichiarazioni del sospetto di frode o di evasione fiscale da parte delle banche.

 Il Liechtenstein è una fortezza dell'opacità bancaria(Foto, Libär/Flickr)

Diritto/dovere di ingerenza finanziaria

L’esistenza dei paradisi fiscali è collegata alla tutela della sovranità degli stati coinvolti da questo fenomeno: tale sovranità va sacrificata al profitto di una più grande stabilità finanziaria. Bertrand Badie, specialista di relazioni internazionali e professore di scienze politiche a Parigi, insiste sul fatto che il “diritto di ingerenza” è sempre esistito e che si è evoluto, fin dagli anni Novanta, fino a diventare un “dovere di ingerenza”. L’idea di base è che certe conquiste, cosi come certi valori, sono più importanti della sovranità. La ricerca di beni comuni, come la stabilità finanziaria o la lotta contro l’evasione fiscale, va di pari passo con la volontà di stabilire un ordine internazionale fondato sul rispetto dei diritti fondamentali. Questo giustifica anche, quindi, la perdita di una parte della sovranità per gli Stati parassiti che la sfruttano per finalità pecuniarie.

«Se la sovranità diventa strumentale, accettando finalità che la comunità internazionale rigetta, perde immediatamente la sua giustificazione», prosegue Badie, su L’Economie politique.

In ogni caso, la soppressione immediata dei paradisi fiscali, rischierebbe di provocare un collasso internazionale, in un momento in cui, per altro, la stabilità è già fortemente messa in crisi dai rischi di recessione legati alla crisi dei subprimes negli Stati Uniti.

Una politica di lotta efficace contro i paradisi fiscali presuppone una logica a lungo termine, basata su uno sviluppo coscienzioso delle politiche europee e nazionali. Inoltre, bisogna accettare il fatto di sormontare la sovranità degli Stati colpevoli, un costo politico necessario all’eliminazione dei paradisi fiscali.