Politica

Papandreu e il referendum: ma che idea è questa?

Articolo pubblicato il 03 novembre 2011
Articolo pubblicato il 03 novembre 2011
Senza avvisare nessuno, il primo ministro George Papandreu ha annunciato martedì scorso l’intenzione di indire un referendum (prima di rimangiarsi la parola durante il G20 di Cannes): così il popolo greco si sarebbe pronunciato sulla crisi della zona euro. Sacrosanto diritto democratico o, semplicemente, una mossa politica rischiosa e controproducente?
Quattro giovani economisti di quattro paesi diversi analizzano la decisione che avrebbe potuto significare la fine dell’euro.

“Era facile prevedere la reazione della Grecia: tutti si aspettavano l’approvazione del piano di salvataggio e le conseguenti misure di austerità del governo Papandreu. Ma nessuno si è ricordato che alla Grecia non piace risparmiare. E neppure che, nella realtà politica di oggi uno Stato non può fare bancarotta (può infatti rifiutare di pagare i propri debiti senza che nessuno possa obbligarlo a rimborsarli). Se si tiene conto di tutto ciò, è chiaro che la Grecia non ha nessun interesse ad approvare un piano d’austerità ancora più severo. Il problema non è solo la Grecia con il suo governo che promette un welfare state. Il problema più grave è che, per decenni, l’Europa occidentale e gli Stati Uniti si sono abituati a vivere a credito e a indebitarsi in modo illimitato”. 

Michal Szymanski, studente polacco a Roma.

“La decisione di tenere un referendum è terribilmente rischiosa. Se tutto va bene e i greci dicono sì al piano di salvataggio, Papandreu recupererà credibilità politica all’interno del Paese. Ma se rifiutano, avranno sprecato l’ultima cartuccia, dovranno abbandonare l’euro e faranno cadere i prossimi castelli di carta, la Spagna e l’Italia, mettendo in pericolo l’intera Unione monetaria. In ogni caso, non è tutta colpa di Papandreu, che ha un margine di manovra molto ridotto. La mancanza di determinazione dei politici europei, così come l’incertezza dei mercati, hanno esasperato la popolazione ellenica, scettica nei confronti dei sacrifici pretesi. Spero davvero che il 4 dicembre, nelle urne, la ragione vincerà sul populismo”.

Enrique Ruiz de Villa, studente alla London School of Economics (Londra)

"Papandreu ha dimostrato di aver perso la legittimità per governare, e per questo ha pensato di ricorrere al referendum. Se vincesse il sì, per il greci significherebbe congelamento dei salari, rialzo dell’IVA…Semplicemente non hanno nessuna ragione per fare i masochisti e rifiuteranno il piano. La conseguenza diretta e immediata sarà la bancarotta. Cosa fare allora con la Grecia? Meglio imporle riforme che il 90% dei cittadini rifiutano o farla uscire dalla zona euro, per permetterle di svalutare la sua ‘propria’ moneta? E allora perché non rinegoziare con la Grecia stessa le condizioni d’aiuto per rendere le misure meno austere?"

Jérôme Etchepare, 23 anni, studente all’Université de Montaigne, Bordeaux (Francia)

"La mossa di Papandreu fa tremare l'intera eurozona: non si tratta solo di una questione finanziaria, per quanto questo dato sia drammaticamente preponderante, ma si tratta anche di una questione di opportunità politica, laddove per "politica" si intende il ragionevole bilanciamento delle situazioni e degli interessi dei diversi paesi membri della ue. Attribuire al popolo, seppur sovrano, l'opportunità di esprimersi sulla validità o meno del piano di salvataggio, altro non è che l'ennesima "balcanizzazione" della politica greca, che degenera (nuovamente) nel populismo, chiamando in causa l'elettorato su una questione troppo delicata per essere oggetto di una consultazione. Risulta del tutto particolare, inoltre, il contestuale mutamento dei vertici militari ad opera dell'esecutivo. Fa strano sentir parlare di "colonnelli", ma si spera che sia solo un'ulteriore nota si colore".

Alessandro Megaro, 26 anni, studente alla Sapienza di Roma

Illustrazione : ©Kristof