Politica

Palestina e il voto all'ONU: le contraddizioni dell'Unione Europea

Articolo pubblicato il 22 settembre 2011
Articolo pubblicato il 22 settembre 2011
Sessantaquattro anni fa l’ONU assegnava ai palestinesi uno Stato che occupasse il 43% del territorio dell’ex Palestina mandataria. Stato che non ha mai visto la luce. Questa settimana è previsto all’ONU un voto su cui l’Europa è divisa. Tra favorevoli, contrari e posizioni attendiste, l’UE sta dimostrando ancora una volta la propria reticenza a costruire una politica estera comune.

E’ noto che l’Unione Europea (UE) è manifestamente divisa sul voto che potrebbe conferire alla Palestina lo status di “Stato membro”. Tra gli Stati che voteranno contro la risoluzione palestinese ci sono Germania, Italia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, mentre tra quelli che hanno annunciato di esprimersi a favore troviamo il Belgio, la Svezia, la Norvegia e la Spagna. L’Inghilterra e la Francia…non si pronunciano. La Germania, per ragioni sia economiche che storiche, mantiene una politica favorevole allo Stato israeliano. La Spagna invece continua a tendere la mano ai paesi arabi (con la notevole eccezione del suo impegno in Iraq). E’ ragionevole infine pensare che le posizioni della Norvegia, della Svezia e della Finlandia siano piuttosto di ordine etico e in linea con la volontà dei cittadini, manifestamente filo-palestinese.

Tra politica ipocrita e battaglia per la giustizia sociale

È molto probabile che le contraddizioni europee non siano estranee al fatto che l’UE finanzi l’Autorità palestinese ed è al contempo il principale partner commerciale di Israele. La posizione dell’Europa sul conflitto israelo-palestinese è il risultato della Dichiarazione di Venezia risalente a 30 anni fa. Nascosta dietro formule neutrali sul diritto d’Israele a difendere le proprie frontiere e su quello della Palestina a rivendicare uno Stato, l’Europa sta soprattutto dimostrando una certa accondiscendenza nei confronti di Israele. Oggi la sua neutralità viene messa alla prova. Il veto americano, già preannunciato, semplifica in questo senso le posizioni vaghe (per non dire ipocrite) di Francia e Regno Unito. Dai sondaggi emerge tuttavia che i cittadini europei sono per la maggior parte favorevoli a questa risoluzione, anche se in via virtuale. La crescita degli estremismi anti-arabi e l’elezione di governi conservatori ritenuti filo-israeliani potrebbero infatti far emergere una forma di contraddizione. Tra gli israeliani solo una minoranza propende per l’appoggio della richiesta palestinese. I 400.000 indignati scesi in piazza a Tel Aviv in queste ultime settimane non sembrano cercare una posizione comune. Forse perché la questione palestinese continua a dividere la popolazione. Forse perché sono in molti a non credere in una soluzione “a due Stati” o forse perché in molti continuano a pensare che l’obiettivo a lungo termine dei palestinesi sia la distruzione dello Stato ebraico. Ciononostante i cittadini israeliani si battono ancora per uno Stato più sociale e più giusto: una battaglia il cui casus belli è del resto l’astronomico investimento del loro governo nel settore della difesa (circa il 20% del bilancio).

Un cambio di status per trattare da pari a pari

Il voto all’Assemblea generale dell’ONU, diversamente da quello del Consiglio di sicurezza, in realtà assegnerebbe alla Palestina solo uno status a prima vista simbolico anche se, come sottolinea Abu Mazen, questo permetterebbe di cambiare la sua “forma giuridica”. In particolare la Palestina potrebbe adire la Corte penale internazionale e potrebbe forse, come già 16 stati prima di lei, fare un passo in avanti verso lo status di stato membro a pieno titolo, passando quindi dalla condizione di stato virtuale senza continuità territoriale a quella di stato nei confini del 1967. Questa richiesta è per sua natura unilaterale ma gode del sostegno delle leghe arabe nonché della maggior parte dei paesi africani, sud-americani e asiatici. Si tratta di un momento chiave nel processo di autodeterminazione ed emancipazione dei palestinesi in quanto, come molto giustamente rileva Leila Shadid (delegata dell'Autorità palestinese presso l'Unione Europea, ndr), un cambio di status permetterebbe allo Stato palestinese di negoziare con Israele “da pari a pari”. Negoziati di pace peraltro voluti da Europa e Stati Uniti.

Nonostante il famoso discorso di Barack Obama al Cairo e le sue dichiarazioni su uno Stato palestinese che avrebbe presto potuto sedere all’ONU, per gli Stati Uniti il processo avviato dalla Palestina è contro-produttivo e vi si opporranno in qualunque forma. In ogni caso sono stati costretti (proprio come l’UE) ad assumere una politica pragmatica, che mette la questione palestinese in secondo piano dietro la politica interna, rispondendo soprattutto alle attese delle lobby potenti. Alcuni potrebbero vedere in tutto ciò un’occasione mancata per l’Occidente di cambiare la situazione e partecipare ai profondi cambiamenti in corso nella regione. Per altri – ed è una prova che i nostri Stati faticano a vedere i problemi nella loro globalità - è un segno che l’Occidente tiene in pochissima considerazione i piccoli paesi privi di risorse e non vuole accompagnare cambiamenti comunque inevitabili. E ciò qualunque sia l’opinione dei cittadini.

Foto: abangbay @ Malaysia/flickr; testo (cc) sven_kindler/flickr