Politica

Oxi, la Grecia crede nell'Europa

Articolo pubblicato il 09 luglio 2015
Articolo pubblicato il 09 luglio 2015

É stato un "no" deciso quello che, un mese fa, i greci hanno opposto alle ulteriori misure di austerità chieste dall'Europa. Non ci si aspettava una risposta così netta, perché la Grecia sta attraversando le settimane più dure dall'inizio della crisi. Dopo la grande euforia, è tornata la quotidianità. Quell'amara quotidianità che, in fin dei conti, ha portato al "no". 

Se il telegiornale delle sette presentava un risultato ancora incerto, poco dopo è diventato assolutamente chiaro che i greci avessero rifiutato con una netta maggioranza le condizioni imposte dall'Eurogruppo per un nuovo pacchetto di aiuti. Mentre la frazione del "Nai" (Sì), sostenuta da molti politici tedeschi, contava di avere un vantaggio nell'attuale stato d'emergenza, per il partito dello "Oxi" (No) si è trattato soprattutto di una questione di coscienza. Mi lascio impressionare dall'amara prospettiva di un ulteriore inasprimento dei controlli sui capitali, che attualmente determinano la vita del nostro popolo greco? Oppure rischio il salto nell'ignoto?

Sull'orlo del baratro

Nei fatti, un terzo pacchetto di aiuti non avrebbe fatto altro che rimandare l'inevitabile: la bancarotta della Grecia. E non è soltanto colpa di Tsipras. Mentre miliardi di Euro (versati dai contribuenti europei) venivano sprecati per simulare la solvibilità della Nazione, la situazione reale del paese peggiorava lentamente. Così lentamente che molti greci si erano semplicemente abituati alla crisi. Restare in bilico sull'orlo del baratro era diventato la regola. 

Negli ultimi giorni, il popolo greco è stato costretto a guardare in faccia il baratro. Lo stato reale delle cose è venuto a galla. Pare che le banche non abbiano più liquidità. Non ci sono più banconote da 20 euro, e tra poco non ci saranno proprio più contanti. Si inizia a fare incetta di generi alimentari. Gli impiegati di banca sono costretti a vacanze forzate. Import ed export sono possibili soltanto se si hanno conti all'estero. E il futuro? Incerto. Nessuno sa a che cosa si arriverà nei prossimi giorni. 

I greci sono consapevoli della loro responsabilità

D'altra parte, niente era peggio della stagnazione. Laddove i politici dell'austerità vedevano la nazione sulla buona strada, i presunti miglioramenti non erano per niente visibili nella vita quotidiana dei greci. Il problema non è l'austerità in sé, ma il fatto che non ci sia più niente da risparmiare.  «Pagherei volentieri i miei debiti,» dice la proprietaria di un chiosco proprio di fronte alla sede del partito Syriza a Salonicco, «ma con quali soldi? Non incasso nulla». Quando le chiedo di chi sia la colpa di questo gran pasticcio, risponde: «Noi tutti! Siamo tutti colpevoli». 

I greci sono decisamente più consapevoli di quanto non si creda nei paesi che distribuiscono gli aiuti economici, primo fra tutti la Germania. La maggior parte della popolazione sa molto bene che i responsabili dell'attuale situazione del Paese non sono (soltanto) Frau Merkel, Herr Schäuble o la Troika. La relazione tra il popolo greco e il proprio Stato si basa su una profonda diffidenza. I lunghi anni in cui i politici si sono riempiti le tasche a scapito dei contribuenti, fanno sentire il proprio strascico ancora oggi. I greci sono consapevoli della disastrosa situazione in cui versa il loro Stato, e sanno anche che è proprio il Governo ad avere la responsabilità più grande. 

Un percorso ad ostacoli per Tsipras

Con Tsipras tutto questo dovrebbe cambiare. Eppure, molte cose non funzionano abbastanza velocemente. Il giovane Governo deve fare i conti con almeno due cose: la propria inesperienza e le pessime condizioni delle finanze e del sistema statale. In più, ad aggravare la situazione, c'è il confronto costante con i partner della zona euro. Tsipras avrebbe potuto fare di più? Sì. Ha fatto degli errori? Senza dubbio. L'Eurogruppo, però, gli ha permesso di dare inizio a un nuovo corso di riforme? No. Certo che no. Tutti questi fattori intorbidiscono quell'euforia con la quale, a inizio anno, il Premier greco era stato eletto. 

Mi reco in una farmacia, nella centralissima via Ermou, che collega la celebre chiesa di Agia-Sofia con piazza Aristotele. Una giovane donna, sui vent'anni circa, batte alcuni numeri al computer. Un uomo più anziano siede a un tavolo. Parlando, scopro che sono padre e figlia. Lui, sessantenne, è un ardente sostenitore del governo di Syriza. É convinto che così non si possa andare avanti. «Dobbiamo ricominciare, percorrere un'altra strada». La figlia, dall'altra parte del bancone, non dà fiducia a Tsipras: ha votato "Sì" al referendum. Ha l'ansia che la Grecia si allontani dall'Europa, che la situazione precipiti, che torni la dracma. 

Minacce al posto dei fatti

Le minacce in questo senso sono innumerevoli. Martin Schulz, poco prima del referendum, aveva ancora chiarito che un "No" avrebbe comportato l'uscita della Grecia dall'euro (cosa che, tecnicamente, può decidere soltanto la Grecia). Schäuble riteneva l'uscita un'ipotesi perlomeno plausibile. Appena poche ore dopo il referendum, lo Spiegel titolava: "Adesso la signora Merkel deve preparare la Grexit". Eppure, i greci non si sono lasciati terrorizzare e hanno sostenuto il loro Primo ministro. Questi, perlomeno, aveva garantito servizi sociali ai pensionati più poveri e aveva fatto sì che la prima casa dei debitori non potesse essere toccata dalle banche. Tutto questo dovrebbe essere annullato, stando alle condizioni imposte per un terzo pacchetto di aiuti. 

Referendum in Greece da BoxTown Project (Vimeo)

Per la maggior parte degli europei, la situazione in Grecia è del tutto indecifrabile. D'altra parte, i greci non capiscono perché l'Eurogruppo si accanisca così tanto con i suoi piani di austerità. I tedeschi, dal canto loro, non afferrano per quale motivo un radicale cambiamento di direzione, compreso quel taglio dei debiti categoricamente rifiutato da Merkel e Schäuble, sia l'unica possibilità di salvezza per la Grecia. Un venticinquenne ateniese, che studia economia a Münster, mi scrive che deve sopportare commenti come: «Ve la siete cercata», «Siete dei parassiti», e ancora «Si dovrebbe bombardare la Grecia».  

   I greci sono aperti al compromesso

Questo giovane greco, come la maggioranza dei suoi connazionali, sta dalla parte dell'Europa. Dice che avrebbe considerato un "Sì" «profondamente antieuropeo», quale oltraggio «ai principi fondamentali dell'Unione, quelli che vorrebbero preservare l'umanità e il benessere dei popoli». Per lui, come per molti in Europa, Tsipras e lo "Oxi" dei greci sono un barlume di speranza per un cambio di direzione a Bruxelles e nei paesi dell'Eurozona. L'altissimo debito pubblico condanna la Grecia al ruolo di perdente nella partita della crisi. Molti però, si sentono diseredati: «Noi siamo i creditori, e voi i debitori», dicono i suoi colleghi di Münster al ragazzo di Atene. 

I greci sono pronti al compromesso. Molti, qui, vanno a lavorare e vengono pagati poco o niente. Molti sono anche pronti a sopportare misure più dure, a patto che queste salvino la loro Nazione. L'offerta dell'Eurogruppo, per ragioni comprensibili, non poteva però essere accettata.  

Questo, tuttavia, non significa che la Grecia voglia del denaro per sedersi sugli allori, opinione attualmente assai diffusa in Germania. Si spera piuttosto che l'Europa, con questi aiuti finanziari, non sottragga alla Grecia tutte le libertà di movimento spingendola sempre più vicina al baratro. Dopo l'euforia del "No", il giorno successivo al referendum si è tornati all'amara quotidianità. Ora sta all'Europa dimostrare di essere la degna rappresentante della federazione di stati che (sulla carta) rappresenta.

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Questo articolo è comparso originariamente il 7 luglio 2015 su eudyssee.net.