Politica

Occupy Gezi: la rivolta sociale contro Erdoğan

Articolo pubblicato il 06 giugno 2013
Articolo pubblicato il 06 giugno 2013
Gli scontri di Piazza Taksim, la violenza da parte della polizia e il silenzio dei media, sono solo l'ultimo capitolo di un malcontento serpeggiante già da tempo in Turchia.
La mano dura del premier Erdoğan nel portare avanti una campagna anti-liberalista nei confronti di una cultura a suo dire troppo occidentale rischia di mettere alla prova l'ancora fragile identità turca, sospesa tra tentazioni moderniste e antiche tradizioni ottomane.

La rivolta in Turchia è stata segnata dal silenzio assordante dei mass media generalisti sulle manifestazioni che stanno infiammando il paese. Se sul web la voce corre, la TV nazionale preferisce trasmettere reality show, documentari e vecchie repliche di telefilm. Non è uno scenario nuovo, ma nemmeno la tanto “sospirata” primavera turca, seconda fase di quella araba.

La crisi non c'entra

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Nessuno tra i manifestanti ha contestato la legittimità delle elezioni che hanno portato l'AKP di Recep Tayyip Erdoğan al potere. Non solo, difficilmente i manifestanti potrebbero accusare il primo ministro di avere trascinato la Turchia nel baratro. Il paese ha registrato un boom economico senza pari, sfruttando la posizione strategica tra i mercati europei e medio orientali (il primo mercato della zona era in precedenza la Siria, prima di essere sconvolta dalla guerra civile), e le grandi città non solo hanno registrato un incremento del Pil superiore all'11%, ma stanno accogliendo un forte flusso di immigrati di ritorno che, forti dell'esperienza maturata all'estero, tornano a casa sperando in un futuro migliore.

Una protesta per la libertà

Ma i turchi hanno paura. Paura di perdere la libertà conquistata dal 1922 in poi. La Turchia, dopo essere diventato un esempio agli occhi dell'Occidente per la sua fame di modernità, si trova sull'orlo di un nuovo medioevo sociale. Le prime avvisaglie si sono avute quando le critiche al governo sono state messe a tacere con il carcere e leggi speciali. La deriva islamica e neo-liberale di Erdoğan, intento a riscrivere la costituzione (in Turchia sacra quasi quanto il Corano), è ciò che ha scatenato il malcontento, finora contenuto grazie ai risultati ottenuti in altri campi. E forse gli si sarebbe permesso di toccare anche la Carta voluta da Atatürk, il padre della patria, se dietro di lui non si vedesse la deriva di frange reazionarie delle vecchie élite religiose.

Turandosi il naso, molti turchi potrebbero anche rimanere indifferenti davanti alla proibizione di bere alcol nei locali (in fondo, il paese non rinnega di certo la sua cultura musulmana), ma i continui attacchi alla vita personale della gente (tra cui la proibizione delle effusioni in pubblico, ad esempio), e la certezza granitica del presidente di avere ricevuto un mandato quasi divino dopo essere stato eletto dal popolo, sono fortemente entrati in contrasto con la mentalità della gente, abituata a un maggiore libertarismo.

La minaccia autoritaria   

Erdoğan sarebbe in grado di imprimere una svolta importante al paese, ma per potersi imporre in maniera tanto radicale ha bisogno del supporto della gente.

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La sfida che attende Erdoğan sono dunque le elezioni del 2014. Sebbene sulla carta sembri contare ancora su più del 50% dei voti, la situazione potrebbe presto degenerare, proprio nel momento in cui intende cambiare la costituzione dando una svolta presidenzialista al paese per poi candidarsi e rimanere al potere fino al 2023. In dieci anni, Erdoğan sarebbe in grado di imprimere una svolta importante al paese, ma per potersi imporre in maniera tanto radicale ha bisogno di molto di più di una vittoria politica. Ha bisogno del supporto della gente, o per lo meno di isolare i suoi nemici interni. Le sue battute sulla pericolosità dei social network e la gestione personale dei mezzi d'informazione sembrano essere solo uno dei passi intrapresi in tale senso. Anche in questo si nota la differenza rispetto alle rivolte che hanno caratterizzato la primavera araba. In Turchia le pagine sono oscurate o rimosse, mentre il ministro vola in Africa dove si scaglia contro chi fa un uso criminoso della televisione. Le televisioni straniere coprono gli avvenimenti, ma non danno un aiuto fondamentale alla causa. Così come non lo fanno i tweet dall'estero. I manifestanti sanno cosa accade, ma non sono in grado di coordinarsi tra loro.

In effetti sul suo profilo twitter, non segue nessun utente.

L'unica speranza proviene dal presidente della repubblica Gül, che si dice pronto ad ascoltare le istanze dei rivoltosi e ad assecondarne alcune in nome della pace sociale. Resta da vedere se si tratti di una decisione sincera o se Gül stia solo cercando di prendere tempo aspettando che Erdoğan torni dall'Africa. Erdoğan ha già promesso di non lasciare spazio alcuno ai manifestanti, e fanno temere anche le reazioni che hanno avuto le élite e la polizia alla decisione delle TV turche di mostrare le immagini delle manifestazioni. I giornalisti sono stati attaccati e vilipesi e fonti non confermate parlano di aggressioni fisiche e perquisizioni negli studi televisivi.

Intanto, a Smirne, Ankara, Istanbul, la protesta continua. Come ha commentato di recente la stampa internazionale, i ragazzi abbracciando degli alberi sono riusciti ad abbracciare l'intera Turchia, raccogliendo la solidarietà del mondo intero. Un risultato notevole in un paese in cui si è ancora arrestati per un tweet.

Foto: copertina e illustrazione #occupygezi © Political Comics/Gianluca Costantini; Gezi Park (cc) Nar Photos/facebook; account twitter Erdogan (cc) occupygezi/Facebook.