Politica

No Fracking Way: la campagna di protesta in Europa

Articolo pubblicato il 03 marzo 2015
Articolo pubblicato il 03 marzo 2015

Fracking, TTIP, indipendenza energetica e timori dei cittadini. In Europa, ogni stato si sta muovendo in autonomia. L'ultimo nulla osta è arrivato dalla Spagna, dove i cittadini sembrano già sul piede di guerra. 

Il governo spagnolo ha dato poche settimane fa il via libera a Bnk Espana, filiale di un gruppo canadese, per iniziare a sperimentare la tecnica di estrazione nota come fracking (fratturazione idraulica) sul territorio nazionale: a partire dal 2016 dei sondaggi esplorativi saranno condotti in 12 siti della regione di Burgos, tra Valladolid e Bilbao. Il fracking consiste, in breve, nell’iniettare nel suolo un liquido (un misto di acqua e agenti chimici), per fratturare le rocce e rendere così disponibili riserve di shale gas, gas da argille. La popolazione locale è già sul piede di guerra, le opposizioni hanno creato una piattaforma web comune, chiamata El dinero no se bebe. Il denaro non si beve.

La voce di attivisti ambientalisti e comuni cittadini non manca di farsi sentire ogni volta che si parla di fracking, in qualunque parte del continente: ricordiamo il caso della Polonia nel 2013 e le proteste in Scozia alla fine dello scorso anno. 

I rischi

Perché questa tecnica di estrazione è così rischiosa per l’ambiente e per la salute umana? Prima di tutto, per l’alta probabilità di contaminazione delle falde acquifere. Il fluido iniettato nel terreno per fratturare le rocce contiene formaldeide, acidi citrici, acidi acetici e altri agenti contaminanti. Anche l’utilizzo di acqua nel ciclo produttivo è considerevole: l’ordine di grandezza è di milioni di litri. Secondo un studio della rivista Science del luglio 2014, che ha preso in considerazione quattro impianti in Oklahoma, inoltre, la perforazione del suolo e la pressione esercitata dal liquido sarebbero causa di un aumento dell’incidenza di terremoti.       Le violazioni ambientali da parte delle aziende multinazionali impegnate in operazioni di fracking non sono fantascienza. Secondo un dossier di fine gennaio, rilasciato dall’Environment America Research and Policy center «in Pennsylvania (uno degli stati americani più interessati dalle perforazioni, ndr), le compagnie di fracking violano sistematicamente regole e legislazioni create per proteggere l’ambiente e la salute umana: tra il primo gennaio 2011 e il 31 agosto 2014, le 20 compagnie più aggressive hanno commesso una media di una violazione e mezza al giorno».

Sono comprensibili, dunque, i timori dei cittadini europei quando si tocca questo argomento. Se davvero l’Europa deciderà di proseguire su questa strada, molto dipenderà dai negoziati transatlantici sul trattato di libero scambio (TTIP), che cambieranno in modo radicale il rapporto tra governi e corporation. Se una multinazionale, infatti, ritenesse di poter essere danneggiata da un cambio di policy di uno stato, avrà la possibilità di fare ricorso presso un tribunale speciale, l’ISIDS (Investor-to-State Dispute Settlement). Nel caso specifico, una multinazionale che si occupi di estrazione di shale gas potrebbe opporsi a legislazioni ambientali (nazionali o europee) che ritiene possano ledere i suoi interessi. Questo indebolirebbe notevolmente la forza di leggi volte alla conservazione del suolo e delle riserve d’acqua, che rischierebbero di venire messe in discussione dai ricorsi presso il tribunale speciale.

Per ora, in Europa, ogni stato si sta muovendo in autonomia: recenti sono i nulla osta di Spagna e Germania, mentre licenze sono già attive da alcuni anni in Inghilterra, Polonia, Romania e Danimarca. La Francia, nonostante sia considerato lo stato con le più estese riserve di gas da argilla, mantiene in vigore il divieto di fratturazione idraulica votato nel 2011. Altre nazioni, come l’Irlanda, stanno ancora investigando o attendendo i risultati di studi indipendenti per prendere una decisione.

C’è chi sostiene che l’estrazione di shale gas ci permetterà di raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia, con tutte le conseguenze geopolitiche che questo comporterebbe: è dunque necessario chiedersi se il gioco valga la candela. Il prezzo sono notevoli rischi per la salute e per l’ambiente, con in più la possibilità di vedere sostanzialmente intaccata la sovranità nazionale o delle istituzioni comunitarie.