Politica

Nicolas Rion: «La Svizzera è come un'Europa in miniatura»

Articolo pubblicato il 01 agosto 2007
Articolo pubblicato il 01 agosto 2007
C'è chi incoraggia il Paese a recuperare la propria sovranità entrando a far parte dell' Unione Europea. Ecco l'opinione del Segretario generale del Nuovo movimento europeo svizzero.

"La Svizzera è un membro passivo dell'Unione Europea". Con un'affermazione così tagliente il Nuovo movimento europeo svizzero (Nomes) si presenta sul web, dando a intendere – paradossi della vita – che lo stato elvetico è qualcosa di simile al "parente povero dell’Europa". Con un linguaggio più adatto a un manuale di strategia commerciale che a quello di un trattato ideologico, questa istituzione attiva a Berna dal 1998 elenca i motivi per i quali la Svizzera dovrebbe far parte del club comunitario: "Per difendere efficacemente gli interessi e la sovranità svizzere il nostro Paese deve appartenere all'Ue. Non è possibile che ci si debba adattare a tutte le decisioni comunitarie senza poter partecipare al processo decisionale".

Lo svizzero Nicolas Rion, 27 anni, segretario generale del Nomes, ci spiega il grado di europeismo dei suoi concittadini, «sorpreso – afferma – di come il Paese abbia realizzato un processo di integrazione storico sul piano interno (la Svizzera è uno stato confederale, ndr) ma non sappia dare un contributo maggiore alla costruzione del federalismo”.

La Svizzera è un membro comunitario "di seconda classe"?

Sì. Il Paese, per esempio, adegua la propria mobilità interna al Trattato di Schengen. Realizza, in pratica, quello che io definisco un “allineamento autonomo” - una specie di copia e incolla legislativo – per adeguare il Paese alle decisioni comunitarie al fine di evitare il più possibile le situazioni discriminatorie. Sosteniamo inoltre economicamente le agenzie europee – come quella per la sicurezza ambientale – e la crescita dei nuovi 12 stati membri, quest'ultima con 625 milioni di euro! In compenso non abbiamo rappresentanti eletti democraticamente nell’Europarlamento, né facciamo parte del Consiglio dei Ministri Europeo, né beneficiamo della riduzione delle tariffe sulla mobilità della forza lavoro all’interno dell'Unione.

Quanti svizzeri si dichiarano favorevoli all’entrata a pieno titolo del Paese nell'Ue?

Malgrado la tradizione elvetica relativa alla democrazia diretta, la questione non è stata mai sottoposta al voto popolare. Nel 2001 il Nomes ha scoperto con un sondaggio che il 70% dei cittadini è contrario all’ingresso della Svizzera nell'Ue. Credo che oggi un terzo degli svizzeri sia decisamente a favore, un terzo decisamente contrario e l'ultimo terzo indeciso. Quest'ultimo tende ad appoggiare gli altri due, polarizzando così il Paese.

Quale interesse avrebbe la Svizzera ad aderire all'Unione?

Il Paese è un isolotto dai prezzi decisamente elevati, prezzi che potremmo abbassare entrando a far parte dell'Ue perché saremmo obbligati ad attuare delle riforme: il nostro mercato è molto protetto. D’altro canto dovrebbe partecipare alle decisioni su molte materie, soprattutto in quella fiscale. L'Ue preme affinché il Paese modifichi la politica fiscale. Sarebbe quindi giusto che la Svizzera partecipasse alle relative disposizioni comunitarie.

Quale vantaggio avrebbe l'Europa?

Prima di tutto daremmo un utile contributo economico. In secondo luogo apporteremmo le nostre competenze ed esperienze relative alla pianificazione di uno stato multiculturale e poliglotta. La Svizzera, infatti, può essere considerata come un'Europa in miniatura.

E non pensa che molti facoltosi europei sarebbero agevolati nel non pagare le tasse grazie alla scarsa trasparenza delle banche svizzere?

Non credo, perché in Svizzera c'è un meccanismo per correggere questi comportamenti: ha un sistema di trattenuta alla fonte per i capitali versati sui conti svizzeri. Mi spiego: quando un qualunque straniero versa una certa somma su un conto svizzero, l’istituto di credito trattiene il 20% sugli interessi generati da questo capitale che viene subito versato all’azienda pubblica del paese di origine del cliente. Nel 2011 la percentualesalirà al 35%.

Qual è al momento il principale punto di disaccordo tra la Svizzera e l'Ue?

Senza dubbio la politica fiscale. Alcuni cantoni applicano delle imposte alle imprese, che variano in relazione al fatto che si generino benefici dentro o fuori dalla Svizzera. Questo crea una distorsione della concorrenza che non è vista di buon occhio da Bruxelles, che ci osserva come se fossimo un passeggero clandestino che desidera riservarsi un posto privilegiato nel club. Per non perdere credibilità la Svizzera dovrebbe sostituire il sistema attuale con un altro modello di tassazione univoco e inferiore a quello attualmente in vigore.

Il popolo svizzero è un popolo nazionalista?

La Svizzera non è una nazione così come la intendono, per esempio, i francesi: uno Stato nazione. È una Willesnation, vale a dire una nazione risultante dalla volontà di diverse comunità, nel nostro caso cantoni. Quel che è certo è il tradizionale ripiegamento su se stesso del Paese, che si fa risalire al XV secolo, quando il Santo Nicola di Flüe evitò la guerra civile tra i confederati raccomandando loro di non occuparsi degli affari degli altri. Ma è un isolamento ciclico. Ci sono periodi in cui ci autoflagelliamo e altri, invece, in cui mostriamo i muscoli.