Politica

Nick Witney: «Una politica di difesa comune e coerente»

Articolo pubblicato il 06 ottobre 2008
Articolo pubblicato il 06 ottobre 2008
Intervista all’analista britannico, esperto di relazioni internazionali. La politica di difesa comune è possibile? Il ruolo dell’Ue, della Nato e la necessità di non lasciarsi bloccare da episodi come quello di Lisbona.

Il famoso «no» dell’Irlanda aveva anche a che fare con la perdita della sovranità “militare”. Allo stesso tempo si sentono più voci che chiedono all’Europa una “forza militare efficace”. L’analista britannico Nick Witney, vicino a Javier Solana e George Soros, esperto di relazioni internazionali e impiegato presso il laboratorio di riflessione European Council on Foreign Relations, parla di politica di difesa, tema cruciale per la campagna elettorale europea del 2009.

Cosa ne pensa degli appelli rivolti all’Ue per rafforzare la sua integrazione militare?

«L’efficacia dell’Europa come attore mondiale si basa, in gran parte, sull’utilizzo della sua influenza a livello diplomatico ed economico. Ma, in aree d’instabilità e conflitti, come i Balcani, il Congo o il Ciad, è necessario essere disposti a unire alla diplomazia i mezzi militari. Sebbene gli Stati membri si trovino d’accordo nel seguire questa strategia, in pratica si è fatto ben poco per renderla effettiva. Anche se si spende già l’esorbitante cifra di 200mila milioni di euro l’anno per la difesa, gran parte di questa somma si spreca, poiché invece di organizzarsi, gli sforzi vanno raddoppiandosi».

Crede che la tanto desiderata politica estera e di sicurezza comune sarà una realtà prima o poi?

«Non è possibile un cambiamento immediato. In maniera graduale gli europei stanno capendo che se non si metteranno d’accordo su posizioni comuni non verranno considerati. I russi stanno dando una lezione all’Europa su come i ventisette paesi dell’Ue possano essere ridotti a figure insignificanti quando questi non si uniscono in un fronte comune. In altri ambiti, come il cambiamento climatico, ad esempio, l’Ue ha capito che può diventare influente quando parla con una sola voce. Man mano che il potere si va ridistribuendo sul pianeta a causa della globalizzazione, gli europei si rendono conto che il resto del mondo considera sempre più il continente come un’unica entità, senza pensare quanto gli europei stanno insistendo per rimarcare le loro differenze interne. Come affermò il generale De Gaulle: “A unire l’Europa non sarà nessuno statista europeo, ma i cinesi”. Il Regno Unito e altri membri osservano quest’integrazione con diffidenza. Temono per il vincolo transatlantico e la sopravvivenza della Nato».

Quale dovrebbe essere, secondo lei, la divisione dei ruoli della Nato e dell’Ue in materia di difesa europea?

«Non ci sono conflitti tra Nato e Ue. Entrambe vogliono che gli europei migliorino la loro efficacia difensiva. Gli Stati Uniti vogliono che l’Ue sia un alleato forte e disposto a dividere una gran parte del costoso peso che vale ad assicurare la sicurezza mondiale. A essere sinceri, agli americani non importa sotto quale bandiera ciò avvenga: quello che importa è che avvenga. Il Regno Unito, intanto, sembra che stia ancora gestendo questo cambio di posizione degli Stati Uniti, divenendo ancor più papista dello stesso Papa, ma sono sicuro che presto cambierà atteggiamento».

Le cosiddette “strutture di cooperazione permanente” possono essere un buon modo per ottenere progressi sul piano sicurezza in Europa?

«Il Trattato di Lisbona propone la realizzazione di gruppi sulla questione della difesa. Il sistema si basa sull’idea per cui si dovrebbe consentire agli stati più interessati di intensificare la loro cooperazione e a quelli che desiderano farsi spazio di non venire frenati, come è stato fatto finora. Il destino di Lisbona è incerto, ma l’approccio può e deve essere implementato grazie alle strutture esistenti, senza aspettare la ratifica. Il “no” irlandese mette in evidenza la necessità di procedimenti di questo tipo, più flessibili. Se si deve sempre attendere che tutti e 27 gli invitati si siedano al tavolo, forse la cena non inizierà mai. L’obiettivo sembra essere il raggiungimento di un’azione politica estera realmente unita e coerente».

Sarà necessario che gli Stati membri cedano una parte considerevole dei loro privilegi in politica estera a favore di una sorta di sovrastruttura europea?

«Credo che gran parte della popolazione ammette che, oggigiorno, tutti gli Stati membri considerano la politica estera, e forse ancor più la difesa, come questioni di sovranità nazionale. Pertanto sono disposti a cooperare, senza però che Bruxelles gli ordini ciò che devono fare. Tale posizione è stata rispettata nel Trattato di Lisbona».