Politica

Nazionalismo in europeo si dice 'Kaczynski'

Articolo pubblicato il 23 luglio 2007
Articolo pubblicato il 23 luglio 2007
Alla vigilia della Conferenza Intergovernativa la Polonia manifesta ancora la propria indignazione.

«Se non avessero assassinato oltre 6 milioni di polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi avremmo una popolazione sufficiente a mantenere nel Consiglio Europeo il numero di voti che il Trattato di Nizza ci assegna» ironizzano da un po’ di tempo i gemelli Kaczynski, al governo in Polonia.

Lo hanno fatto durante il Consiglio di Bruxelles del 21 e 22 giugno scorsi per conservare un privilegio che condividono con la Spagna: un numero di voti all'interno del Consiglio Europeo di gran lunga superiore alla proporzione demografica di entrambi i paesi all’interno della Ue rispetto a nazioni molto più popolate, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito.

La legittimazione storica non è democratica

Perché si potesse celebrare il 23 luglio la Conferenza Intergovernativa – che darà una stesura pressoché definitiva del nuovo trattato che sostituirà la sfortunata Costituzione europea – si è dovuto accettare che il nuovo sistema di voto a doppia maggioranza (dei paesi membri e di popolazione) del Consiglio Europeo fosse rinviato al 2017, come richiesto dai dirigenti polacchi.

Questi signori non hanno compreso l’Europa che si sta costruendo. Un potere che emana il 60% della legislazione che noi europei applichiamo ogni giorno, dalle norme sul consumo dei prodotti alimentari fino al modo in cui devono essere costruite le nostre automobili o lavorate le nostre terre. Un potere la cui legittimità non deve essere fondata, come in passato, su fondamenta storiche (come fecero le monarchie assolute) o carismatiche (come fecero i regimi stalinista e fascista), ma su fondamenta democratiche: deve essere espressione numerica del popolo. Se cominciamo ad analizzare il passato, allora anche in Irlanda la popolazione sarebbe oggi più numerosa se nel XIX secolo i britannici non avessero "alimentato" la fame che obbligò milioni di irlandesi a emigrare negli Stati Uniti. E anche la Spagna sarebbe oggi più popolata se le potenze straniere non avessero contribuito alla guerra civile del 1936-39, dove persero la vita un milione di persone e a causa della quale altrettante esiliarono.

La fragile eccezione spagnola

Sarebbe più logico che la Polonia si concentrasse sugli obiettivi di paesi come Irlanda e Spagna: riconvertire le proprie strutture economiche e produttive per ottenere una crescita sostenuta, alleandosi con quegli stati comunitari che dovranno appoggiare lo stanziamento dei fondi in favore della Polonia, come la Germania.

Nonostante l’opposizione interna spagnola abbia dichiarato ai quattro venti la propria soddisfazione per il fatto che “almeno la Polonia ha saputo difendere gli interessi della Spagna”, per fortuna il governo di Rodriguez Zapatero ha saputo rinunciare ai privilegi spagnoli, comprendendo che in Europa non si va per difendere gli interessi di ciascun paese, ma quelli dei cittadini europei, interessi che sono quelli della democrazia, della stabilità economica e della redistribuzione.

Il discorso degli interessi nazionalistici è tuttavia ancora latente. Da una parte, britannici e polacchi non vogliono ancora riconoscere la validità della Carta dei Diritti Fondamentali. Dall’altra, la Francia preme affinché gli stati possano controllare in parte l’attività della Banca Centrale Europea e ridurre le esigenze di libero mercato. Proprio adesso che si chiede di riformare una volta per tutte la politica agricola comunitaria che tanti benefici arreca alla sua agricoltura e che giganti francesi dell’energia come Edf, Gdf o Suez sono state convertite in imprese suscettibili di Opa su scala internazionale.

Per di più i Kaczynski hanno già dichiarato che nell’imminente Conferenza intergovernativa continueranno a difendere il loro diritto di veto sulle decisioni Ue. La Merkel, durante l’ultimo Consiglio Europeo, ha già minacciato di escludere la Polonia dalla stessa. Negli anni Ottanta, anni di gradi riforme in Spagna, un celebre capo del governo spagnolo soleva dire: «Chi si muove, non viene nella foto». Riuscirà la Polonia a rimanere impressa sulla pellicola?