Politica

Lorenzo Mattotti: «Mantenere la mente libera»

Articolo pubblicato il 30 agosto 2008
Articolo pubblicato il 30 agosto 2008
Intervista al cantore di un fumetto «più profondo»: italiano, ma non abbastanza conosciuto in patria, vive e lavora a Parigi. A settembre alcune sue opere in mostra al Museo del fumetto e dell’immagine di Lucca.

Ho incontrato Lorenzo Mattotti dopo una mostra. Il fumettista italiano ha una scatola di pastelli in mano e piccoli occhiali sul naso: è concentrato sui movimenti delle mani e visibilmente rapito dall’estro creativo. Benché abbia abbandonato la penisola italiana per vivere a Parigi, lo stile inconfondibile di Lorenzo Mattotti, pura esplosione di colore e poesia, non tradisce le sue radici. Nei suoi disegni si riconoscono le rotondità delle colline toscane e il blu profondo del mare della Calabria, in colori e forme che ricordano la tradizione pittorica italiana, come lui stesso ammette. «Credo che tutto questo venga dal mio amore per la luce e dalla mia ammirazione per i pittori italiani», racconta con voce dolce e quasi esitante. «Me li porto ovunque vada, sono dei colori molto cerebrali, interiori».

Fumetti clandestini

La vita all’estero «mi è servita a cambiare aria, cercare nuove atmosfere, a capire cosa significa realmente l’altrove e a toccare con mano nuove culture. Anche se la mia testa è sempre e comunque in Italia», afferma l’illustratore 54enne. Nove anni fa, incoraggiato da un grande successo di critica in Francia e in tutta Europa, lascia il Belpaese per diventare un fumettista famosissimo a livello europeo. Del resto, le sue opere sono pubblicate in tutto il mondo. Questa vita da immigrato, sradicato, l’ha senza dubbio ispirato moltissimo dato che ha prestato la sua mano per la realizzazione di un manifesto a fumetti intitolato Paroles Sans Papiers (Parole senza documenti), una raccolta di storie di immigrati clandestini in viaggio verso l’Europa. Per raccontare questa storia, Mattotti ha scelto il bianco e nero perché permettono di trasmettere «quel rapporto quasi diretto tra idea, immagine e colori». 

Per l’artista, infatti, la storia e l’immagine sono indissociabili ed entrambe possono e devono essere profonde. «Nei fumetti, si ha sempre paura della profondità, delle cose serie e drammatiche», afferma. «Bisognerebbe essere sempre ironici, soprattutto perché il fumetto destinato a un pubblico esclusivamente giovane non esiste più. Oggi questo formato conquista terreni e pubblici variegati. Ormai, i nostri lettori sono adulti e, di conseguenza, il nostro lavoro si è evoluto», continua Mattotti. «Arrivati ai cinquanta, se si amano solo i fumetti, è difficile interessarsi ancora alle storie per adolescenti. È necessario cercare altro, toccare altri temi. E oggi, manca proprio questo altro genere di storie». Lorenzo Mattotti disorienta il suo lettore, sconvolge le tradizionali regole del fumetto. Cambia modi d’espressione e i supporti, passando dall’illustrazione al cinema d’animazione. Inoltre, lavora nel mondo della moda, collabora con la rivista Vanity, per la quale ridisegna alcuni modelli di grandi stilisti, e con altre riviste quali The New Yorker, Le Monde o il Suddeutsche Zeitung, delle quali disegna le copertine. In Italia ha pubblicato per le edizioni Nuages, tra gli altri, La Divina Commedia (Inferno), Angkor, Nell’Acqua e I manifesti. Con lo scrittore Claudio Piersanti ha pubblicato Stigmate (Einaudi, 1999) e nel 2008 ha partecipato all’opera collettiva cinematografica Peur(s) du Noir (Paura/e del nero, non ancora uscito in Italia, ndr), diretta dell’editore di Futuropolis , Etienne Robial.

È grazie al fumetto che Mattotti ha potuto esplorare altri territori. E così, il disegnatore si congeda, con aria un po’ malinconica: «Non ho frontiere mentali. Non mi pongo dei limiti, amo mantenere la mia mente libera da costrizioni».