Politica

L’Europa guarda all’energia verde

Articolo pubblicato il 10 giugno 2008
Articolo pubblicato il 10 giugno 2008
L’Unione europea necessita una politica ambientale coerente. Ma come far convergere ecologia, politica alimentare e competitività industriale?

Lo scorso 23 gennaio, la Commissione europea ha presentato al Parlamento il “piano energia-clima”. Una giornata storica per l’ambiente che, secondo Maryanne Thyssen, deputata belga del Partito Popolare Europeo, «influenzerà profondamente il nostro modo di agire e pensare». Questo pacchetto di misure, che hanno lo scopo di ridurre le emissioni di Co2, di regolare l’uso di energie rinnovabili e di stoccare l’anidride carbonica, fa da eco alle conclusioni del Consiglio europeo del 3 e 4 marzo 2007. Già da allora, infatti, il Consiglio invitava la Commissione a proporre nuove misure in previsione di una riduzione del 20% dell’emissione di gas serra e di un ulteriore incremento del 20% delle risorse per le energie rinnovabili (di cui il 10 % per i biocarburanti) entro il 2020.

Per quanto riguarda le aziende ad “alto consumo energetico”, la speranza è che, entro il 2011, limite previsto dalla Commissione, queste trovino una soluzione contro la probabile perdita di competitività di fronte alla concorrenza delle aziende affini, ma libere da restrizioni ambientali. Anche perché, se sui mercati internazionali una eventuale lotta ad armi pari dell'industria europea si rivelasse un'impresa impossibile, la Ue assisterebbe a un vero e proprio esodo delle sue imprese verso i Paesi in cui la legislazione ambientale è meno restrittiva.

Competitività e crisi alimentare

La flessibilità che permette di mantenere la competitività fa anche rima, per alcuni Stati membri, con la libertà di scelta delle fonti energetiche. Così la Francia, che emette circa il 25% di Co2 in meno rispetto ai Paesi confinanti, grazie alla produzione di energia nucleare, si vede rifiutare la possibilità di inserire questa energia pulita tra le energie “dette” rinnovabili. Una riflessione del genere è stata portata avanti anche nel primo Consiglio dei Ministri italiano del nuovo Governo Berlusconi.

Ed è proprio sulla definizione del concetto di energia rinnovabile che si è acceso un vivo dibattito le scorse settimane, sullo sfondo della crisi alimentare mondiale. Alcuni infatti rimproverano ai biocarburanti e allo sfruttamento delle colture per fini non agricoli il negativo impatto sociale e ambientale. Il 22 aprile scorso, il deputato europeo Friedrich Wilhem ha dichiarato che «su scala mondiale, non è possibile avere i serbatoi pieni e i piatti colmi». Per questo, il gruppo dei Verdi, di cui Wilhem fa parte, ha chiesto una moratoria sugli agrocarburanti e ha proposto che la soglia del 10% di biocarburanti nei trasporti entro il 2020 venga eliminata.

Leadership europea

Soltanto l’efficienza energetica, il progresso nella ricerca e la commercializzazione di nuove tecnologie permetteranno all’Ue di assicurarsi un mercato prospero e la transizione verso un’economia senza carbone. Molti partecipanti si sono già accordati a questi principi. All’alba del Consiglio europeo del 19 giugno, sorge un dubbio circa l’incapacità europea di raggiungere gli obiettivi in materia di competitività e di cambiamenti climatici.

Stretta tra la gestione delle conferenze sul clima: Bonn in giugno, in Ghana in agosto, Poznan nel 2008 e Copenhagen nel 2009), e con i limiti fissati dal protocollo di Kyoto, la Commissione insiste sull'urgenza di un’azione immediata. E si gioca tutte le sue carte, soprattutto ora che vede avvicinarsi la fine del proprio mandato e sa bene che il progresso del «pacchetto energia-clima» sarà l’occasione di testare sia la sua credibilità sulla scena internazionale, sia la sua capacità di gestire una politica climatica che, assolutamente trasversale, esige pragmatismo e coerenza.