Politica

Le lobby in Europa: gruppi di pressione alla luce del sole

Articolo pubblicato il 19 agosto 2008
Articolo pubblicato il 19 agosto 2008
La figura del “rappresentante d’interessi” fa parte del panorama politico di Bruxelles. Gruppi che agiscono alla luce del sole e che svolgono anche un ruolo consultivo nel processo legislativo. Maturità democratica o decifit di competenza per l’Europa?

Secondo il rapporto Stubb del Comitato Affari Costituzionali del Parlamento europeo, circa 15.000 lobbisti e 2.500 organizzazioni animano la vita delle istituzioni europee. Per concentrazione di ”rappresentanti di interessi”, cioè lobbisti, Bruxelles è seconda solo a Washington DC.

European Bubble: trasparente dentro e fuori?

Il numero può impressionare ma è destinato a salire a 100.000 unità se, come calcola il veterano della professione Daniel Guéguen – teorico e pratico del lobbing, tra i fondatori della piattaforma di consulenza Clan Public Affairs – consideriamo tutte le persone professionalmente coinvolte, anche solo part-time, nell’attività di ”rappresentante di interessi” o raccoglitore di informazioni.

Secondo la Commissione europea rientrano in questa categoria tutti quelli che esercitano «attività con la finalità di influenzare il processo legislativo e decisionale delle istituzioni europee». Sindacati, Ong, multinazionali e organizzazioni di produttori ambiscono ad avere un rappresentante dove conta, in quella Bruxelles che condiziona il 75% della legislazione nazionale.

Ma chi sono i lobbisti? L’immagine del ”losco figuro” che trama nell’ombra va messa da parte. Tutti quelli che siedono al banchetto del processo legislativo europeo si conoscono, dentro di quella che Tom Huddleston, Policy Group Analyst, definisce la «bolla di Bruxelles». «Dentro la European Bubble c’è trasparenza», sostiene questo giovane americano trapiantato oltreoceano, «le persone, i finanziatori, le diverse posizioni sono ben visibili».

L’indispensabile lobbista

Non solo. Gli addetti ai lavori considerano Bruxelles un palcoscenico ben più trasparente di quelli nazionali. Ne è convinto Lorenzo Morselli, assistente parlamentare, che aggiunge: «I lobbisti? Senza di loro non potremmo nemmeno legiferare». Sembra un paradosso, ma l’Ue, spesso accusata di gigantismo istituzionale soffre di nanismo culturale. «Il tempo scarseggia, il lavoro no», ammette Morselli. Così le conoscenze di tutti quelli che bussano con un suggerimento per risolvere un problema sono ben ascoltate. «Ma non siamo schiavi di queste persone», aggiunge, «sappiamo chi sono, chi rappresentano, conosciamo i loro interessi. Un buon legislatore deve sapere ascoltare tutti e decidere». L’indispensabile lobbista è parte integrante del processo decisionale. «Un contro potere che porta soluzioni»: questa la definizione del guru del settore Daniel Guéguen, che inquadra il buon lobbista come qualcuno di altamente qualificato, con proposte tecnicamente e finanziariamente credibili.

Il registro delle lobby

Chi rappresenta il lobbista? La propria società, ed è responsabile verso i suoi finanziatori. Questo apre un problema di fiducia democratica rispetto alla popolazione che il Commissario europeo agli Affari Amministrativi e alla lotta anti-frode, Sim Kallas, ha cercato di risolvere nel 2005 con la European transparency iniziative, che ha partorito nel giugno scorso il registro volontario europeo dei lobbisti. Vontario appunto. La Commissione invita caldamente, e i dati vengono resi pubblici su Internet. Il modello sono gli Stati Uniti, dove l’attività dei lobbisti è pubblica, compresi i nomi di clienti e donatori.

Il registro sembra avere scontentato un po’ tutti. Non soddisfa Yiorgos Vassalos, di Coorporate Europe Observatory, Ong impegnata per una maggiore trasparenza del processo legislativo. «Vogliamo sapere chi finanzia i lobbisti e chiediamo una scala di valori per tararne il diverso peso finanziario». E aggiunge: «Quanto spende una lobby per una campagna per dimostrare che le emissioni di Co2 (di una marca di automobili per esempio, ndr) non sono dannose? Vogliamo saperlo».

Anche Guéguen chiede più trasparenza ed è dubbioso sul registro. «È troppo vago» sostiene, «cosa dovrei registrare? La mia attività da lobbista? Il mio lavoro da analista?» E rilancia: perché preoccuparsi solo dei lobbisti? «La Commissione europea si serve di comitati di esperti per legiferare», continua, «come sono formati? Chi li influenza? Non lo sappiamo».

Comitology?

Secondo Alter EU, una coalizione di organizzazioni impegnate per una maggiore trasparenza, esistono più di 1.200 gruppi di esperti, formati dalla stessa Commissione allo scopo di aiutarla nel processo legislativo, i cui criteri di nomina e i nomi dei componenti non sono pubblici. Un fenomeno che ha preso il nome di comitology. La fase di comitology è così importante che Daniel Guéguen nel suo libro European Lobbying, un vero manuale per lobbisti, abbonda in consigli e tattiche per approcciare con successo i gruppi. Essere nel comitato o influenzarlo significa legiferare. Secondo Yiorgos Vassalos gli esperti vengono «per il 55% dai governi e per il 35% dal mondo dell’industria» ma, «in alcuni settori, come biotecnologie e cambiamento climatico, la percentuale di questi ultimi supera il 50%».

Vassallos porta come esempio la questione del ”carbone pulito”, affidata a un gruppo di esperti che vede primeggiare grandi compagnie come Enel, Edf, Siemens, con una scarsa percentuale di rappresentanti di associazioni ambientaliste.

Comitati, lobbisti, voglia di anonimato: per chi vive fuori dalla bolla decifrare la genesi della legislazione europea è un enigma. «La preoccupazione verso le lobby è un sintomo del deficit democratico», spiega Tom Huddleston. «Se ci fidassimo di più dei parlamentari eletti, la gente non si preoccuperemmo più del problema anche se i lobbisti non sparirebbero», aggiunge.

Più trasparenza ”all’americana”, ma lobbisti e parlamentari preferiscono il riserbo. Un Parlamentare europeo magari non gradisce che diventi di pubblico dominio la sua simpatia per lobbisti che sostengono che l'energia nucleare è pulita, così come chi lavora per industrie che operano nel nucleare non vuole che si sappia il nome del cliente. «Penso che la gente tema di essere collegata ad alcune persone», sostiene Morselli, «forse culturalmente non siamo ancora pronti ad accettare di rendere pubblici alcuni dettagli della nostra vita privata».

Nella attesa del balzo culturale, si può ingannare il tempo con il Worst lobby awards 2008. Nel 2007 hanno vinto a parimerito BMW, Daimler e Porsche. Le candidature per il 2008 aperte.