Politica

La sete di estremismo della gioventù ungherese

Articolo pubblicato il 16 giugno 2014
Articolo pubblicato il 16 giugno 2014

Jobbik, partito ungherese di estrema destra spesso fa pensare alle discriminazioni anti-rom e all'antisemitismo. Persino il Front National, che sta cercando di costruire un'alleanza a livello europeo, cerca di tagliare i rapporti con questo partito radicale. Eppure in Ungheria viene percepito dai giovani come un modo per rivoluzionare la politica...

Alle ele­zio­ni un­ghe­re­si dell'apri­le 2014, il Job­bik di Gábor Vona ot­tie­ne il 20,46% dei voti. Un mese dopo, alle Eu­ro­pee, di­ven­ta il se­con­do par­ti­to del paese con il 14,7% di pre­fe­ren­ze. Que­sti buoni ri­sul­ta­ti, il "Mo­vi­men­to per una mi­glio­re Un­ghe­ria" li deve in­nan­zi­tut­to ai gio­va­ni, che co­sti­tui­sco­no la sua base elet­to­ra­le. Lungi dal­l'es­se­re una ge­ne­ra­zio­ne di neo-na­zi­sti, que­sti sono at­trat­ti dal­l'a­ria di no­vi­tà che un tale par­ti­to pro­met­te sulla scena po­li­ti­ca un­ghe­re­se men­tre con­tra­sta i par­ti­ti tra­di­zio­na­li.

Cal­cio e ka­rao­ke

Il par­ti­to è stato fon­da­to nel 1999 da al­cu­ni stu­den­ti come un'or­ga­niz­za­zio­ne ci­vi­le per gio­va­ni, prima di di­ven­ta­re, nel 2002, un par­ti­to po­li­ti­co vero e pro­prio. "Co­no­sce il fun­zio­na­men­to delle uni­ver­si­tà ed è stato il primo par­ti­to a ser­vir­si dei so­cial net­work, Fa­ce­book in par­ti­co­la­re", sot­to­li­nea Máté Hajba, stu­den­te di di­rit­to e mem­bro del­l'as­so­cia­zio­ne Eu­ro­pean Stu­den­ts for Li­ber­ty. Ag­gi­ran­do i media tra­di­zio­na­li, Job­bik offre una reat­ti­vi­tà e una vi­ci­nan­za ca­pa­ci di con­vin­ce­re quel­la parte della po­po­la­zio­ne cre­sciu­ta con il web. In­for­ma re­go­lar­men­te i suoi so­ste­ni­to­ri sugli even­ti che or­ga­niz­za, per gua­da­gna­re po­po­la­ri­tà. La se­zio­ne gio­va­ne del par­ti­to, Job­bik IT (Job­bik If­ju­sa­gi Ta­go­zat), con­ta­va più di 45­mi­la mem­bri sulla sua pa­gi­na fa­ce­book nel giu­gno 2014. "Ogni set­ti­ma­na or­ga­niz­zia­mo degli even­ti: con­cer­ti, ra­du­ni pa­triot­ti­ci, ka­rao­ke, Ta­lent show o gare spor­ti­ve", elen­ca Sza­bolcs Sza­lay, as­si­sten­te dei de­pu­ta­ti di Job­bik, capo della se­zio­ne gio­va­ni nella sua città Du­na­keszi.

Per or­ga­niz­za­re que­sti even­ti e es­se­re ag­gior­na­to, Job­bik fa af­fi­da­men­to a molti grup­pi lo­ca­li, i cui mem­bri per la mag­gior parte sono gio­va­ni sotto i 30 anni. "Non fac­cia­mo solo po­li­ti­ca, ci tro­via­mo anche per guar­da­re le par­ti­te di cal­cio o per par­la­re. È bello tro­var­si tutti in­sie­me per con­di­vi­de­re le no­stre pas­sio­ni", so­stie­ne Geor­gi­na Ber­nà­th, re­spon­sa­bi­le della stam­pa in­ter­na­zio­na­le per Job­bik.  "Job­bik è molto pre­sen­te sulla scena cul­tu­ra­le: gli hanno de­di­ca­to dei libri, è in con­tat­to con degli ar­ti­sti e ha il suo pro­prio mar­chio", con­fer­ma Bulcsú Hu­nya­di, ana­li­sta di Po­li­ti­cal Ca­pi­tal.

Gli amici degli ani­ma­li

Visto come un par­ti­to molto at­ten­to alle ne­ces­si­tà degli elet­to­ri, Job­bik a poco a poco ha fi­ni­to per es­se­re con­si­de­ra­to la sola al­ter­na­ti­va va­li­da. "La gente è de­lu­sa dalla po­li­ti­ca, sono stan­chi degli altri par­ti­ti, che con­si­de­ra­no cor­rot­ti", spie­ga Máté Hajba. Il so­ste­gno a Job­bik si ac­com­pa­gna si­ste­ma­ti­ca­men­te ad una po­si­zio­ne an­ti-eli­ta­ria. I mem­bri del par­ti­to ne fanno un ele­men­to cen­tra­le della loro co­mu­ni­ca­zio­ne: "gli altri par­ti­ti hanno crea­to que­sto si­ste­ma. Noi siamo nuovi. I gio­va­ni vo­ta­no per noi in quan­to solo noi ab­bia­mo il co­rag­gio di af­fron­ta­re i pro­ble­mi della so­cie­tà un­ghe­re­se", con­ti­nua Sza­bolcs Sza­lay. Crisi eco­no­mi­ca, di­soc­cu­pa­zio­ne, in­te­gra­zio­ne dei rom sono temi pro­po­sti da Job­bik, che vuole rom­pe­re, se­con­do il suo pro­gram­ma, con "40 anni di co­mu­ni­smo e 24 anni di mon­dia­li­smo neo-li­be­ra­le". La stra­te­gia del: "noi di­cia­mo a voce alta quel­lo che voi pen­sa­te", in­sie­me alla ra­di­ca­li­tà delle pro­po­ste, è di un'ef­fi­ca­cia estre­ma. "Non ci sono temi taboo per noi, siamo di­na­mi­ci e sin­ce­ri", sot­to­li­nea Geor­gi­na Ber­na­th.

In­nan­zi­tut­to, il par­ti­to cerca di ven­de­re delle spe­ran­ze per un fu­tu­ro mi­glio­re. "I gio­va­ni pen­sa­no che non hanno fu­tu­ro in Un­ghe­ria. 500­mi­la di loro hanno la­scia­to il paese per an­da­re a vi­ve­re al­l'e­ste­ro, e que­sto se­con­do noi è sin­to­mo di un pro­ble­ma. Vo­glia­mo of­fri­re loro delle al­ter­na­ti­ve". Agli stu­den­ti che te­mo­no di non tro­va­re la­vo­ro una volta ter­mi­na­ti gli studi, in un paese in cui un quar­to degli under 25 è di­soc­cu­pa­to, que­sto ar­go­men­to fa gola. Nel frat­tem­po, per at­ti­ra­re an­co­ra più elet­to­ri, è stata por­ta­ta avan­ti una cam­pa­gna di "de-dia­bo­liz­za­zio­ne" del par­ti­to nelle ul­ti­me ele­zio­ni. "Per esem­pio hanno po­sa­to di fian­co ad ani­ma­li nei loro ul­ti­mi ma­ni­fe­sti, per ap­pa­ri­re mo­der­ni e pia­ce­vo­li", sug­ge­ri­sce Bulcsú Hu­nya­di. Job­bik ha anche preso di­stan­ze da Ma­gyar Gárda (la guar­dia un­ghe­re­se), un or­ga­no pa­ra­mi­li­ta­re vio­len­to e xe­no­fo­bo, sciol­to una prima volta nel 2009. Geor­gi­na Ber­nà­th af­fer­ma: "La Guar­dia Un­ghe­re­se non è il vero volto di Job­bik. I media si ser­vo­no delle im­ma­gi­ni di di­ver­si mo­vi­men­ti per stig­ma­tiz­zar­ci, ma è tutto falso".

Chi si uni­sce a Job­bik lo fa con fie­rez­za e con un forte senso di ap­par­te­nen­za. Non è in­fre­quen­te in­con­tra­re gio­va­ni sulle vie di Bu­da­pe­st con una ma­gliet­ta con la scrit­ta: "Mo­vi­men­to per un'Un­ghe­ria mi­glio­re".

Un suc­cesso re­la­ti­vo

Cio­no­no­stan­te la cre­sci­ta di Job­bik non è tale da farne la prima forza po­li­ti­ca in Un­ghe­ria. Per Máté Hajba, il par­ti­to non è ab­ba­stan­za forte per go­ver­na­re in fu­tu­ro. "Non rie­sco a im­ma­gi­nar­me­lo che forma una coa­li­zio­ne con un altro par­ti­to", so­stie­ne. Se ot­tie­ne molti voti al­l'e­st del paese, in cui ci sono più dif­fi­col­tà per gli abi­tan­ti, Job­bik è ben lon­ta­no dal con­qui­sta­re la ca­pi­ta­le. "Se Job­bik è ar­ri­va­to ad es­se­re il se­con­do par­ti­to, è so­prat­tut­to per­ché l'op­po­si­zio­ne è di­vi­sa", ra­gio­na Fe­renc Robák, rap­pre­sen­tan­te per­ma­nen­te del­l'Un­ghe­ria pres­so il Con­si­glio d'Eu­ro­pa.

Ed è anche ben lon­ta­no dal­l'ot­te­ne­re l'u­na­ni­mi­tà. Lászlö Bödeus, stu­den­te al­l'u­ni­ver­si­tà Eötvös, è fa­vo­re­vo­le per­si­no alla sua eli­mi­na­zio­ne dalla scac­chie­ra po­li­ti­ca. La chiu­su­ra del paese da­van­ti a im­pre­se e in­ve­sti­men­ti stra­nie­ri, la sop­pres­sio­ne degli aiuti alla co­mu­ni­tà Rom, la lotta con­tro la "cri­mi­na­li­tà zi­ga­na", la pro­mo­zio­ne di eser­ci­ti pri­va­ti, la re­stri­zio­ne del di­rit­to al­l'a­bor­to sono delle mi­su­re che pre­oc­cu­pa­no i gio­va­ni orien­ta­ti verso l'Oc­ci­den­te e il pro­get­to eu­ro­peo. Al­l'en­tra­ta del cam­pus, Károly Tóth, 19 anni, ri­flet­te sulle cause del suo suc­ces­so. "Se si af­fron­tas­se­ro le in­giu­sti­zie so­cia­li se­ria­men­te, Job­bik non avreb­be più una base su cui ap­pog­giar­si e per­de­reb­be ter­re­no". Un'o­pi­nio­ne con­di­vi­sa da Fe­renc Robák : "Bi­so­gna dare ri­spo­ste vere ai pro­ble­mi so­cia­li, per­ché la si­tua­zio­ne at­tua­le dà molto spa­zio al po­pu­li­smo".

I gio­va­ni, che so­sten­ga­no o meno il par­ti­to estre­mi­sta, non hanno che un de­si­de­rio: che il loro paese cambi.

Que­sto ar­ti­co­lo fa parte di un'e­di­zio­ne spe­cia­le de­di­ca­ta a Bu­da­pe­st e rea­liz­za­ta nel qua­dro del pro­get­to "EU in Mo­tion" su ini­zia­ti­va di Ca­fe­ba­bel e con la col­la­bo­ra­zio­ne del Par­la­men­to Eu­ro­peo e della Fon­da­zio­ne Hip­po­crè­ne.