Politica

La difficile scelta di Alexis Tsipras

Articolo pubblicato il 22 maggio 2015
Articolo pubblicato il 22 maggio 2015

(Opinione) Mentre nell'eurozona si parla di ripresa economica, la Grecia è ancora impantanata in una crisi che sembra non avere fine. Ad essere messa in discussione è soprattutto l'ostinazione del governo di Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale al potere, che rifiuta di liberalizzare l'economia del suo paese a scapito del potenziale miglioramento socio-economico.

Difendere i Greci, costi quel che costi. Anche se questo significa andare contro i Trattati europei firmati, diverso tempo fa, dai suoi predecessori. Questa è stata la filosofia del candidato Tsipras durante la campagna elettorale dello scorso gennaio. Questa rimane la sua linea politica tre mesi dopo la sua elezione a primo ministro. Il leader di Syriza sperava, una volta preso il potere, di poter denunciare e combattere l'austerità imposta, secondo lui, da Bruxelles.

Alexis Tsipras intendeva prendere contropiede la politica del suo predecessore, Antonis Samaras, accusato di essere diventato un servo della "Troika", composta da Fondo Monetario Internazionale (FMI), Commissione europea e Banca centrale europea (BCE). Nonostante ci sia riuscito, almeno per certi aspetti, Tsipras potrebbe essere costretto a cambiare linea politica se vuol far ripartire l'economia greca.

La Grecia attraversa una "crisi umanitaria"

Che sia chiaro per tutti: quali che siano le ragioni dell'attuale situazione – un debito pubblico superiore al 170% del PIL, pari a circa 320 miliardi di euro – o i responsabili – la Grecia e la Commissione che si accusano a vicenda – i Greci sono i primi a essere colpiti dallo stato delle cose. Per questo motivo il programma elettorale dell'attuale primo ministro – il Programma di Salonicco – è stato organizzato intorno a due aspetti fondamentali: da una parte la ripresa economica del paese, dall'altra la gestione della "crisi umanitaria" a favore delle classi popolari.

Fedele al suo spirito di sinistra radicale anti-austerità, Alexis Tsipras voleva sostenere Greci a colpi di politiche economiche e sociali, di cui l'aumento del salario minimo e la riforma delle pensioni avrebbero dovuto rappresentare le due misure chiave. Purtroppo, dopo 100 giorni alla guida dello Stato, niente di tutto questo è stato fatto. Peggio ancora, Syriza non è nemmeno riuscita a mettersi d'accordo con i suoi creditori, specialmente con l'Unione europea.

Se è normale che il primo ministro voglia mettere in pratica il programma per il quale è stato eletto, sembra altrettanto logico che la Commissione possa esprimere il suo punto di vista, in quanto creditore, sulla politica ellenica. L'UE ha infatti ascoltato Tsipras sulla situazione del suo paese e su quella dei Greci: nonostante l'evidente tensione tra i protagonisti, Bruxelles non ha esitato ad accordare ad Atene del tempo in più per attuare le riforme necessarie, così da permettere lo sblocco di un aiuto finanziario da 7,2 miliardi di euro. Ma anche la pazienza dei creditori ha un limite: «La scadenza vera, ora, è fissata a fine giugno, termine del secondo piano di aiuti», dice una fonte europea. Sottointeso: ai greci non toccherà l'aiuto da 7,2 miliardi se Alexis Tsipras non farà un passo verso le riforme volute dalla Commissione.

Tra gli under 25, la disoccupazione è al 50%

Principalmente di tipo economico, in ultima analisi, queste riforme non finirebbero certo per nuocere ai cittadini. Per il governo si tratterebbe di aprire i confini dello Stato ai capitali stranieri, dato che gli investimenti interni mostrano un ritardo talmente considerevole da diventare preoccupante. Finora, Alexis Tsipras si è rifiutato di abbandonare la sua linea politico-economica, continuando a percepire il settore privato come il peggior nemico degli interessi dei Greci. Eppure è tutto il contrario.

Accettando di ricorrere agli investimenti, in particolare a quegli stranieri, lo Stato greco prenderebbe tre piccioni con una fava: l'economia tornerebbe a crescere, le finanze pubbliche tornerebbero in buono stato e, in ultima analisi, il governo potrebbe fornire assistenza alle classi più in difficoltà, grazie al finanziamento delle riforme. Antonis Samaras, lanciando una grande ondata di liberalizzazione economica nel 2014, l'aveva perfettamente capito. Il porto del Pireo, vicino ad Atene, era stato in parte privatizzato – fino al 67% – prima che l'avvento di Syriza al potere facesse naufragare il progetto, poi recentemente ritrattato.

Le autorità greche hanno finalmente ripreso il processo di privatizzazione delle infrastrutture portuali. Nonostante la parte offerta sia inferiore (fino al 51%) bisogna comunque riconoscere che «questa decisione sta andando nella giusta direzione», si mormora in Commissione. Che Alexis Tsipras si sia convertito alla scuola liberale? Ci permettiamo di dubitarne. Le offerte internazionali abbondano senza successo. L'offerta dell'Abu Dhabi MAR, il gruppo degli Emirati Arabi Uniti specializzato nella costruzione navale che ha provato in tutti i modi ad accaparrarsi il porto di Skaramangas, è rimasta tutt'ora senza risposta. E che dire del consorzio internazionale che vorrebbe comprare l'aeroporto in disuso di Hellenikon per renderlo una turistica città di mare? «Un'operazione criminale» dicono ad Atene. Risultato: l'evoluzione degli investimenti stranieri, dopo il recupero del ultimi quattro anni, si è di nuovo abbassato. E l'economia è crollata.

Mentre nell'eurozona si parla di ripresa economica, la Grecia è ancora impantanata in una crisi che non sembra avere fine: la disoccupazione è arrivata al 28%, 50% se si prendono in considerazione gli under 25, il più alto tasso dell'Unione europea. La sinistra al potere ha quasi tutte le carte in mano: secondo Anthony Zolotas, CEO del gruppo di consulenza finanziaria Eurofin, «i cantieri navali e il turismo sono le due principali fonti di reddito del Paese», nonché i due principali datori di lavoro. Alexis Tsipras si trova ad affrontare un dilemma difficilmente risolvibile, a meno che non trovi il coraggio politico di fare una scelta: mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, perseverando nell'eccessivo protezionismo che la prova del fuoco ha rivelato essere dannoso per i suoi concittadini, oppure tradire la sua tabella di marcia per offrire una boccata d'aria fresca a una popolazione martoriata. Un nodo gordiano che dovrà essere necessariamente tagliato, si spera nella giusta direzione.