Politica

Kancha: la start-up dalle steppe del Kirghizistan ai nomadi digitali in città

Articolo pubblicato il 22 marzo 2013
Articolo pubblicato il 22 marzo 2013
Che cosa accomuna il feltro kirghiso e la vita frenetica delle capitali europee? A prima vista parrebbe quasi niente - ma i nomadi kirghisi degli altipiani hanno davvero molto in comune con i nomani "urbani" di Berlino, Londra e Stoccolma.

Una giornata gelida d'inverno nel cuore di Berlino. Da Mogg&Melzer, Tobias Gerhard, 27 anni, si libera della giacca - è un po' in ritardo, troppi impegni segnati sull'agenda e le valigie di nuovo pronte per la partenza. Uno sguardo al cellulare: "In Kirghizistan ci sono otto gradi, insomma non poi così male".

Tra tradizione e modernità

Nell'ottobre del 2012, questo brillante studente del master in Public Policy ha deciso di scambiare le stanze dei seminari della School of Governance "Humboldt-Viadrina" di Berlino con Biškek, la capitale del Kirghizistan. "Si è trattato di confrontarsi concretamente con un problema: a quale cambiamento sociale ambire?", spiega Tobias. Che lui sarebbe finito per condurre il suo progetto personale in Kirghizistan era abbastanza chiaro: la sua ragazza kirghisa Maya vive e lavora lì. Si erano conosciuti durante gli studi a Budapest. E Kancha è il nome dell'azienda che vorrebbe esportare l'arte del feltro kirghiso nelle capitali europee. L'idea: unire la tradizione alla modernità producendo custodie per laptop, smartphone, tablet e e-reader in feltro kirghiso firmato da designer. E trasmettere, attraverso la realizzazione delle custodie in feltro, il fascino della cultura nomade del Kirghizistan e conciliarla con le esigenze dei "nomadi urbani", come li chiama Tobias: "Nelle metropoli si è molto mobili, non si lavora più in un ufficio fisso ma spesso e volentieri in bar, working space, con l'iPad“.

Prodotti e target da raggiungere sono ben chiari - resta ancora aperta la famosa questione del cambiamento sociale al quale ambisce il progetto. Un primo passo in questa direzione Tobias l'ha già fatto con la scelta dei materiali: l'artigianato del feltro in Kirghizistan è molto importante e diffuso, la produzione del feltro è sinonimo di alta qualità a livello mondiale. La maggior parte dei produttori, tuttavia, non sono retribuiti come dovrebbero per il loro lavoro e un'alta percentuale del lavoro non è assicurata. "Una cosa è certa", dice Tobias, "le condizioni di lavoro e i salari delle imprese che lavorano con noi sono legali e umane". "Noi cerchiamo di essere sul posto e controllare i processi di produzione".

Quindi anche gli obiettvi sociali sono in prima linea: sono l'unico elemento in comune tra Kancha e le classiche ONG. Perché se l'azienda cresce, non sarà più in grado di restare no profit. Tobias non dispone di un enorme budget. Al momento il suo obiettivo è produrre una collezione con più di cento borse, alcune bozze sono già pronte.

Non chiamatelo fair trade

L'unione tra obiettivi economici e sociali fa di certo la sua bella figura sulla carta, ma non è facile da mettere in pratica. E questo non dipende solo dagli scarsi mezzi finanziari ma dalle strutture del Kirghizistan. Il paese ha sofferto molto con il crollo dell'Unione Sovietica e al momento è instabile. Tra le minoranze etniche ci sono di continuo scontri violenti, l'ultima volta nel 2010, quando il governo è crollato. Inoltre, tra i principali impedimenti per la ricerca di partner per Kancha, c'è la lingua: Tobias sta imparando addirittura il russo, molti degli abitanti del Kirghizistan parla però solo la lingua kirghisa. È quindi spesso costretto ad affidarsi a mediatori invece di contrattare in prima persona con i potenziali clienti. Anche la concezione dei tempi e della qualità ostacolano l'assetto dell'azienda: il ritmo è più lento che in Germania e il rapporto con il tempo è più rilassato.

Ma l'ostacolo più grande al successo è, secondo Tobias, l'improvvisa ed eccessiva offerta di progetti che vogliono migliorare il mondo, renderlo più bello, più giusto e degno di essere vissuto. Le start-up, insomma. E questo lo sa anche Tobias: "Bisogna dirlo: non sono l'unico ad aver avuto l'idea di unire idee imprenditoriali a un progetto sociale". È per questo motivo che lui cerca di raccontare le storie, i volti, le persone dietro il suo progetto. Kancha, si augura Tobias, deve creare una sorta di legame tra prodotto e consumatore. "Ogni borsa avrà una piccola etichetta con il nome del produttore di feltro. I dati della persona e la sua foto saranno reberibili anche sul sito". Attraverso il blog si renderanno pubblici i processi di produzione, gli stipendi dei lavoratori e delle lavoratrici. La trasparenza è la priorità. Chi lavora in maniera trasparente può rinunciare al label Fair Trade che, in termini economici, non è poi così conveniente.

A Tobias importa solo del valore del lavoro - lo dimostra già il nome dell'azienda. "Kancha“, diceTobias, "è un'espressione che si sente spesso al mercato in Kirghizistan e significa 'a quanto?', 'quanto costa?“. Per lo studente è chiaro: ne è valsa la pena trasferirsi in Kirghizistan. Anche se il profitto, almeno per ora, si lascia attendere.

Illustrazioni:  © Tobias Gerhard