Politica

Juncker: «Io, contrario agli Stati Uniti d'Europa»

Articolo pubblicato il 13 aprile 2015
Articolo pubblicato il 13 aprile 2015

Cosa pensa dell'Europa il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker? In occasione del dibattito organizzato dall'Institut Delors, ha esposto la sua filosofia di governo: poche priorità ma ben definite. «Non tutti i problemi che esistono in Europa sono un problema dell'Unione europea» ha sottolineato.

I primi cinque mesi di Jean-Claude Juncker come presidente della Commissione europea sono stati tutto tranne che noiosi. Coinvolto nello scandalo mediatico dell'affare Luxleaks, si è esposto a favore della creazione di un esercito europeo mentre in molti continuano a contestare l'aspetto democratico della sua elezione alla guida della Commissione europea.

L'Institut Delors ha tentato di mettere sullo stesso palco Juncker e uno dei suoi più celebri predecessori, Jacques Delors, ma nemmeno questa volta il tentativo è andato a buon fine. La fragile salute di Delors (90 anni il 20 luglio) lo ha costretto ancora una volta a rinunciare all'incontro pubblico. Ciononostante, Juncker ha illustrato le sue idee sulla «presidenza della Commissione europea e sul funzionamento istituzionale dell'UE».

L'eredità di Delors

«Per me Delors è una fonte d'ispirazione - ha esordito il presidente in carica -. Ha raggiunto molti successi che gli sono stati riconosciuti solo una volta terminato il suo mandato. Si tratta di un destino che accomuna tutti i grandi animi. Personalmente, ho conosciuto Delors quando ero un giovane ministro del Lavoro, avevo 30-31 anni, e ricordo che mi impressionò il suo sapere e la sua capacità d'avvicinare i punti di vista degli uni e degli altri. Senza di lui, oggi non avremmo né il mercato unico europeo né l'euro»

Per Jean-Claude Juncker, Delors non è stato quindi soltanto un illustre predecessore, ma un vero e proprio mentore. «Delors mi ha insegnato che per riuscire in Europa serve un'idea direttrice, un calendario e delle istituzioni forti», ha continuato il presidente della Commissione. 

«Lo scorso anno, durante la campagna elettorale, ho incontrato molti cittadini e giornalisti, i quali mi hanno fatto capire che l'Europa si occupa di troppe cose. Bisogna rispettare il principio di sussidiarità. Non tutti i problemi che esistono in Europa sono un problema per l'Unione europea, e ciò che non è un problema per l'Unione europea non deve quindi diventare un problema per la Commissione».

Una Commissione sovraffollata

Parlando a braccio delle modalità con le quali bisognerebbe governare l'Europa, Juncker non ha mancato di criticare la sua stessa Commissione, trasferendo però queste stesse critiche agli stati membri e alla loro mancanza di volontà politica.

«Abbiamo 28 commissari, troppi – ha ammesso il presidente – quindi l'amministrazione e i commissari stessi hanno la tendenza ad aggiungere del superfluo all'esagerato. Bisogna ben precisare che la Commissione deve occuparsi dei grandi temi, per questo il mio programma si articola attorno a 10 priorità: grandi linee che devono permettere di conquistare il futuro prossimo e l'avvenire più lontano dell'Unione europea».

Nelle scorse settimane, infatti, il team Juncker ha eliminato 80 direttive delle circa 450 attualmente pendenti e per questo è stato molto criticato. Fra i progetti di legge finiti nel cestino, infatti, c'erano anche quelli sulla cosiddetta “economia circolare”, sulla qualità dell'aria e sui congedi di maternità.

Ma le polemiche non si fermano qui. Come molti studiosi politici stanno osservando da qualche anno a questa parte, a causa dei continui allargamenti dell'Unione europea, che oggi conta 28 stati membri, le direttive della Commissione sono diventate sempre più vaghe e generali. Peccato che queste stesse direttive siano le sole a essere redatte insieme alle altre istituzioni, Consiglio e Parlamento europeo.

La scrittura delle leggi più dettagliate, che dovrebbero applicare le linee generali espresse dalle direttive, viene invece lasciata nelle mani dei burocrati delle Direzioni generali o degli “esperti” inviati dagli stati membri, sui quali il controllo del Parlamento europeo è praticamente nullo. Ridurre il numero di direttive, quindi, vorrebbe paradossalmente dire lasciare ancora più potere alla Commissione.

E il futuro dell'Unione?

Poche priorità ma ben definite, è questa dunque la filosofia del presidente Juncker. Un discorso che si traduce in: piano d'investimento da 315 miliardi, mercato unico digitale, unione energetica e un'unione economica e monetaria più profonda. «Dobbiamo definire quale sarà il punto finale dell'unione monetaria – ha spiegato il presidente – perché chi ci guarda dall'esterno non capisce dove vogliamo arrivare. Em soprattutto, bisogna mettersi d'accordo su chi rappresenta l'unione monetaria davanti ai partner internazionali».

Ma a far saltare sulla sedia Peter Oomsels, vice-presidente dei Jeunes européens fédéralistes, seduto sul palco insieme a Juncker, è stata questa affermazione lapidaria: «Non si costruisce l'Europa contro le nazioni. Non avremo mai gli Stati Uniti d'Europa. Io sono contro questo concetto che allontana gli europei dall'Unione europea. I cittadini non vogliono fare dell'Unione un'amalgama dove tutte le differenze culturali, artistiche e politiche scompaiano. Non ci sono esempi da seguire né esempi da dare. Bisogna costruire l'Europa insieme alle Nazioni e quindi bisogna avere nella Commissione persone che conoscano bene le realtà nazionali».