Politica

Jeremy Corbyn, il socialista che fa paura al Labour

Articolo pubblicato il 09 settembre 2015
Articolo pubblicato il 09 settembre 2015

Dopo la sconfitta elettorale dello scorso maggio, il partito laburista inglese si è ritrovato privo di un leader in grado di farlo rialzare. Ora il moto d'orgoglio potrebbe arrivare da Jeremy Corbyn: l'underdog "estremista" che, sfruttando i malumori della base elettorale, rischia di vincere le prossime primarie interne al partito per la scelta del nuovo segretario.

La mattina dell’8 maggio 2015 il risveglio per i labouristi britannici non deve essere stato dei più soffici. La batosta elettorale subita la sera prima, che aveva lasciato la guida del Regno Unito nuovamente nelle mani di David Cameron, aveva portato come primo effetto alle dimissioni del Segretario e candidato premier del Labour, Ed Miliband, ritenuto dall’apparato di partito e da gran parte dell’opinione pubblica come il principale responsabile della débacle.

L'analisi della sconfitta del labour inglese

Risvegliarsi sconfitti, già di per sé non è bello. Sconfitti ed orfani, privi di una guida, ancora peggio. L’analisi della sconfitta (un must delle sinistre europee) prodotta a margine del voto parlava chiaro.  La disfatta sarebbe dovuta servire da esempio, a cominciare da un punto cardine: non rimettere il partito nelle mani di un Miliband. Tradotto: evitare di ripetere l’errore di radicalizzare il messaggio e l’offerta politica. Smetterla quindi di cercare consensi tra i ceti della working class (storicamente l’anima del partito socialdemocratico britannico) e puntare all’elettorato medio, vero ago della bilancia di tutte le ultime corse al numero 10 di Downing Street.

Quello stesso elettorato che aveva reso possibile la vittoria di Tony Blair nel 1997, di Gordon Brown dieci anni più tardi, e di cui Miliband, improvvidamente, aveva deciso di disfarsi. D’altronde lo stesso Blair qualche giorno dopo il voto avrebbe sentenziato: «Miliband ha perso le elezioni perchè ha abbandonato il New  Labour». Ovvero quella "Terza via" che aveva garantito 13 anni di governo. Metabolizzata la sconfitta, il più grande partito di centrosinistra inglese si ritrova quindi a dover eleggere il suo nuovo segretario. 

A poche settimane dall’inizio delle consultazioni (che hanno preso il via lo scorso 14 agosto e termineranno il 10 settembre) tutto sembrava filare liscio, con i tre iniziali  contendenti, Andy Burnham, Yvette Cooper e Liz Kendall, che incarnavano alla perfezione le aspirazioni centriste del partito di casa a One Brewer’s Green. Poi, a scompigliare le carte, è arrivato lui, Jeremy Corbyn, highlander laburista, rappresentante alla Camera dei Comuni dal 1983 per la circoscrizione Islington Nord, sobborgo di Londra.

In corsa per diventare segretario: Corbyn, l'ala sinistra

Berretto alla Beatles, barba bianca incolta, sguardo corrucciato ma allo stesso tempo dolce, da eterno utopista. A guardarlo bene, Jeremy Corbyn somiglia a uno dei personaggi pop più amati dalla working class inglese: il cantautore Billy Bragg. Come il cantore dei diritti civili, anche il politico di Chippenham (Wiltshire, Inghilterra sud occidentale), nel corso della sua lunga carriera, si è sempre contraddistinto per prese di posizione ideologiche e dure lotte condotte dentro e fuori dal partito. A cominciare dalla campagna per il disarmo nucleare e contro la guerra in Iraq, che lo portò a criticare aspramente l'allora Primo ministro Tony Blair; dalla lotta sull'Apartheid sudafricano (che gli costò anche qualche ora di galera) fino alla più recente firma di una lettera indirizzata a David Cameron in cui, insieme ad altri 19 membri del Labour, ha chiesto la cancellazione del debito greco e la fine delle misure di austerità. Ora, a 66 anni suonati, per Corbyn è arrivato il momento della seconda giovinezza: con 17 punti percentuali di vantaggio sulla concorrenza (secondo un'indagine commissionata a luglio dal Times), si è posto come un outsider favorito verso la guida del partito laburista britannico. Eppure, nessuno ci avrebbe scommesso un solo pound.

Osservando dall'esterno il panorama politico inglese non è poi difficile capire il motivo di questo piccolo "miracolo" politico. Le convinte proposte anti-austerity e di redistribuzione della ricchezza di Corbyn, che traggono ispirazione dalle esperienze di Syriza e Podemos, hanno fatto breccia tra i giovani, insieme al suo atteggiamento passionale ("Parla come un essere umano di cose reali", titolava poco tempo fa il Guardian). Ma soprattutto gli hanno permesso di guadagnarsi l’endorsement di uno dei sindacati più influenti della Gran Bretagna, Unite. Nelle scorse settimane Unite si è infatti schierato pubblicamente dalla sua parte, chiamando i propri iscritti a partecipare al voto interno al partito, a cui possono prendere parte, oltre ai tesserati, anche i membri delle associazioni affiliate. Questo potrebbe garanteire al candidato "socialista" una base di partenza di circa 40 mila voti su un totale di 400 mila.

Le contromosse del Labour

La controffensiva anti-Corbyn non si è fatta attendere. Immediatamente si è venuto a formare quello che la BBC ha definito un vero e proprio "gruppo di pressione" interno al partito che, attraverso un invio massiccio di email, ha ordinato ai membri del Labour di boicottare la candidatura del "vecchio socialista". Come se non bastasse, anche Tony Blair e Alan Johnson (ex Ministro  dell’interno) sono intervenuti nel dibattito "pro" o "contro" Corbyn: il primo ha affermato, con un aplomb molto poco inglese, che «se dovesse vincere siamo destinanti a perdere per i prossimi vent'anni», e ancora «se il vostro cuore è con lui allora fatevi fare un trapianto». Il secondo esortando gli elettori «a porre fine alla follia,» votando Yvette Cooper.

Una crociata che però non riuscirà a fermare la corsa di Jeremy Corbyn, il quale ha lasciato intendere di voler portare avanti la propria battaglia con l'intento di espugnare dall'interno l'eredità lasciata dall'era Blair. Per questo Jeremy avrebbe ipotizzato il ripristino di un celebre articolo dello statuto laburista, la cosiddetta "clausola quattro" (abolita da Tony Blair nel 1995 come punto di partenza per il passaggio dal vecchio al nuovo Labour di ispirazione liberista), la quale prevede l'impegno del partito a garantire la proprietà pubblica in tutti i settori strategici. Ma il vero obiettivo di Corbyn è tornare a dare voce e speranze alle fasce più deboli della società britannica, da troppo tempo lasciate in balia di loro stesse. D'altronde si tratta di scegliere da che parte stare. «Which side are you on?» cantava Billy Bragg. Ecco, Jeremy ha scelto.