Politica

Israele e Palestina, l'inferno dei checkpoint

Articolo pubblicato il 26 luglio 2007
Articolo pubblicato il 26 luglio 2007
Un’eccezionale testimonianza di vita quotidiana dai posti di blocco che separano israeliani e palestinesi nei territori occupati.

06:30 – Piazza Parigi, Gerusalemme Ovest, Israele

Il sole brilla sulle strade ancora deserte mentre aspetto l’arrivo dell’auto con a bordo i miei contatti: due donne dell'organizzazione israeliana femminile Machsom Watch ("Osservatorio dei checkpoint"). E oggi faremo proprio questo: osserveremo come vengono trattati i palestinesi che cercano di entrano in Israele. Ecco l’auto. Salgo su.

07:00 – Il passaggio di Rachele, Betlemme, Israele

Parcheggiamo l’auto davanti a un checkpoint chiamato ironicamente "il passaggio di Rachele": un nome così delicato fa infatti a pugni con l'aspetto massiccio, le costruzioni in cemento e il filo spinato dell'ingresso. La pensionata Rama Yacobi e la tipografa Aviva Weber – due israeliane piuttosto di sinistra con una viscerale avversione per l’occupazione – sono le nostre guide. Ci indicano sulle torrette di difesa i cartelli ufficiali che parlano di pace e scuotono le teste.

07:40 – Il passaggio di Rachele, Betlemme, Territori palestinesi occupati

«Ora siamo in Palestina» avvisa Aviva, dopo l'attraversamento sorprendentemente facile. «A volte capita – aggiunge Rama – altre volte, invece, centinaia di palestinesi rimangono bloccati per ore e ore a subire le grida dei militari o anche peggio. Nessuno sa da cosa dipende il cambiamento». La presenza delle due rappresentanti di Machsom Watch ha i suoi effetti: è come se le mamme dei tanti giovani soldati fossero lì a guardarli. Ma queste donne vanno oltre e forniscono ai palestinesi l’assistenza necessaria per entrare in Israele e andare al lavoro o dai familiari.

08:15 – Campo profughi di El Arub, Territori palestinesi occupati

Attraversiamo un campo profughi. Nessuna tenda, solo case con una grande tanica nera d’acqua sui tetti. L’insediamento esiste dal 1948, ma la recente costruzione che divide Israele e Palestina ha gettato sul campo una nuova tetra prospettiva. Proseguendo vediamo i cantieri ancora aperti dove procedeno i lavori del muro. Possiamo credere ai nostri occhi? «Sì» afferma Rama guardando dritto davanti a sé. «Sono gli stessi palestinesi a costruire il muro che li imprigiona. Sai come si dice, lavoro a buon mercato.»

09:16 – Ufficio di Coordinamento del distretto, Etzion, area di distribuzione dei permessi

Rama e Aviva ci accompagnano all'Ufficio israeliano di Coordinamento e Collegamento, dove vengono distribuiti i permessi. O almeno, stando alle due signore che ci guidano, dove in genere NON vengono distribuiti. Basta un attimo per capire cosa intendono. Poco prima del nostro arrivo a una folla di palestinesi – molti dei quali in fila dalle due del mattino – è stato detto che non saranno rilasciati i permessi ai minori di 28 anni. Ma rimane lì ad aspettare. Come se, senza permesso, queste persone non avessero nessun posto dove andare. Rama, come spesso accade, inizia a chiamare i colonnelli e i generali delle Forze di difesa israeliane (Idf in inglese) per protestare contro gli abusi delle autorità nei confronti dei palestinesi. Nello stesso momento la folla sfoga la sua rabbia e frustrazione contro le nostre due guide israeliane, che sono abituati a vedere tutti i giorni e che non li minacciano con i fucili. «Se potessi portare il pane alla mia famiglia – urla, gesticolando, un giovane palestinese – non esisterebbe il terrorismo.»

10:00 – ancora all'Ufficio israeliano di Coordinamento e Collegamento, insediamento di Etzion

Finalmente qualcuno risponde al telefono. È una donna dell’Idf che ci spiega velocemente qual è il problema. In teoria i permessi sono of course concessi ai minori di 28 anni, ma tutti i giovani sotto i 28 che li hanno richiesti non sono in regola. Rama scuote la testa. «Finisce sempre così. Inventano delle regole, eccezioni alle regole, eccezioni alle eccezioni. Burocrazia e finta incompetenza: anche loro fanno parte dell’occupazione. Non è un problema di sicurezza, ma di controllo delle persone.»

L'Unione Europea sblocca gli aiuti diretti all'Autorità Palestinese con il programma Meda

Dopo l'incontro dei Ministri degli Esteri dell'Unione del 18 giugno scorso, il Consiglio Europeo ha dichiarato che «l’Ue ripristinerà immediatamente le normali relazioni con l’Autorità Palestinese». La decisione, accolta con soddisfazione dal Parlamento Europeo, dovrebbe sbloccare i fondi previsti per il governo palestinese.

Presa dopo aver ripristinato l'autorità di Fatah sulla West Bank, questa decisione punta a integrare l’Autorità Palestinese in Euromed, il programma Ue di partnerariato euro-mediterraneo che colloca la soluzione della crisi in Medio Oriente ai primi posti della sua agenda. In tal modo l’Autorità Palestinese potrà beneficiare dei contributi previsti da Meda, il braccio finanziario di Euromed. La decisione del Consiglio dovrebbe quindi aumentare l’influenza dell’Unione nel processo di pace in Medio Oriente.

Due tipi di aiuti per evitare le controversie

Non si conosce ancora l’ammontare totale degli aiuti del programma, ma si sa che saranno divisi in due parti: supporto finanziario all’Autorità Palestinese e assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza, zona ora occupata da Hamas. Il primo permetterà di rafforzare le istituzioni pubbliche, incluse le forze di polizia. Lo scopo degli aiuti umanitari, invece, non è aiutare Hamas, bensì scongiurare una divisione della Palestina in due blocchi. «La comunità internazionale – spiega infatti il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn – non vuole due stati palestinesi perché diverrebbe impossibile trovare una soluzione».

Una luce in fondo al tunnel?

«È una tappa importante» ha dichiarato Mustafa Barghuti, ministro per l’Informazione dell’Autorità Palestinese. E ha aggiunto: «Non intendiamo diventare dipendenti dagli aiuti. Ma se volete la sopravvivenza dei palestinesi, il governo deve essere rafforzato». Un’Autorità stabile, in quest'ottica, potrebbe essere la chiave per far crescere l'economia e l’autosufficienza palestinese.

Autore: Akli Hadid