Politica

Irlanda e Europa: si può fare?

Articolo pubblicato il 09 giugno 2008
Articolo pubblicato il 09 giugno 2008
Il 12 giugno tre milioni d’irlandesi sottoporranno a referendum la ratifica del Trattato di Lisbona. L’Irlanda è l’unico Paese europeo ad aver scelto questa strada, tutti gli altri hanno scelto la via parlamentare per evitare bocciature. Una passeggiata a Dublino.

Per le strade del centro regna il silenzio. A quest’ora del mattino l’unico rumore è quello dei camion che raccolgono la spazzatura. All’interno delle villette a schiera, tutte uguali, la gente inizia a svegliarsi. Scosse dalla brezza del mattino, ondeggiano le bandiere a strisce giallo-blu in fila sulla riva del fiume Liffey.

Così si sveglia Dublino la mattina del 23 maggio, il giorno dopo la semifinale del festival della canzone europea, svoltosi a Belgrado. Nella periferia della città, i furgoni per la distribuzione dei giornali si muovono lentamente tra le luci al neon delle stazioni di rifornimento. «Dustin il tacchino è freddo dopo l’eliminazione»: questa la prima pagina de The Irish Times, in “onore” alla figura fatta all’Eurofestival dal rappresentante irlandese: un tacchino di pezza di nome Dustin.

Il tacchino è buono anche freddo?

C’è chi elogia il “tacchino” per aver dimostrato che l’Eurofestival è solo una farsa, un enorme quanto inutile spreco di soldi che serve solo a confermare pregiudizi storici e mettere in bella mostra l’orgoglio nazionale. Altri invece provano un certo imbarazzo nei confronti di un’esibizione che prende in giro un evento per il quale ci si era impegnati fino a quel momento. In molti rimangono indifferenti all’argomento: «chi se ne importa», commentano rigirandosi nel letto noncuranti della sveglia.

Il 12 giugno gli irlandesi affronteranno una sfida ben più importante: saranno chiamati ad esprimere la loro opinione sul trattato di Lisbona, un documento che vuole rettificare le norme fondamentali su cui fu fondata l’Unione Europea. Tra le modifiche principali, l’aumento dei poteri dei singoli parlamenti nazionali, il cambiamento delle procedure di votazione del Consiglio dei Ministri, la riduzione delle dimensioni della Commissione Europea e l’introduzione di un’Alta Rappresentanza per gli Affari Esteri.

Il processo di ratifica, iniziato con l’approvazione del

Trattato da parte dei leader europei nel dicembre del 2007, è da allora in corso, attraverso ognuno dei 27 Stati membri. Il quindicesimo Paese a pronunciarsi è stato il Lussemburgo, il 29 Maggio scorso.

Molti fra i partecipanti al voto sono figli degli anni Novanta e Duemila, e non hanno memoria della disoccupazione dilagante degli anni Ottanta e dei sacrifici dei Settanta. Arroganti e pieni di sé,

molti credono di non avere più bisogno dell’Europa, e sono convinti che sia arrivato il momento di passare il testimone all’Est, ai neo-Stati membri, che ancora prendono sul serio l’Eurofestival.

Altri ancora pensano che proprio per questo bisognerebbe votare «si», perché è grazie all’Ue che l’Irlanda è arrivata ad essere quello che è. Non votare sarebbe un’offesa verso i milioni di euro di fondi strutturali investiti per il Paese, senza contare le migliaia di polacchi fatti arrivare con lo scopo di potenziare l’economia. Molti altri, ad esempio i giovani, semplicemente non sono interessati. Questo nonostante le pubblicità accattivanti organizzate dal Fine Gael, partito europeista che ha preparato manifesti a doppio senso sull’ “allargamento”.

Gente di Dublino

Torniamo nella capitale irlandese. Parliamo con Grace O’Malley, studentessa all’Università di Dublino alle prese con gli esami di fine anno accademico. Alzando lo sguardo dal libro di testo, Grace confessa: «La mia conoscenza del Trattato di Lisbona è piuttosto limitata», ma poi aggiunge che «votare “si” significherebbe dare più poteri all’Europa e toglierne all’Irlanda». Alle sue spalle, scintillano al sole i manifesti della campagna per il «no»: «L’Europa che verrà non ti vedrà, non ti ascolterà, non parlerà per te. Vota no».

Mentre si dirige al lavoro, una sorridente Claire Davis ci dice il suo parere sull’argomento: «Sono informata sul trattato, e voterò “si”. I grandi cambiamenti avvenuti nel Paese negli ultimi quindici anni sono stati universalmente riconosciuti e hanno assicurato all’Irlanda pace e prosperità, favorendo un’economia forte e competitiva. La possibilità di escogitare sistemi e soluzioni migliori per l’Europa è nelle mani dei leader politici, degli imprenditori e degli insegnanti di questo Paese». Un po’ più scettica l’opinione del collega, Jeff Donohoe: «Nonostante i successi economici della Tigre Celtica (espressione che si usa per parlare della ripresa economica del Paese, ndr)» dice, «l’Irlanda rimane un pesce piccolo nell’enorme bacino europeo, ma non dobbiamo permettere che i progetti dei più potenti sminuiscano gli forzi che abbiamo già fatto per l’Europa».

Marie Laffey, studentessa del secondo anno intenta ad esaminare un opuscolo sul Trattato in questione, alla domanda: «Cosa pensi abbia da offrire l’Irlanda all’Unione Europea?» risponde sorridendo: «Oddio non lo so … le patate?!», e ci confessa che non ha intenzione di votare, e che le possibilità che legga il volantino sono «ridotte al minimo. In effetti mi dispiace ma non sono per niente informata a riguardo». In molti neanche rispondono. L’impressione è che la gente sia confusa, che abbia paura di fare brutte figure. Tra i pochi meglio informati c’è Anja Friedrich, laureata in Irlanda e ora impiegata a Bruxelles alla Commissione Europea. «Tornare a casa non mi è possibile, ma terrò le orecchie ben aperte per sapere che sta succedendo». Poi scherza: «almeno, per quanto riguarda Dustin, potevamo contare sul buonsenso degli altri Paesi, sperando che lo eliminassero per eccesso di cattivo gusto … auguriamoci che a noi non capiti lo stesso!».