Politica

Inchiesta sul traffico d'armi: giornalisti sloveni nel mirino

Articolo pubblicato il 16 gennaio 2012
Articolo pubblicato il 16 gennaio 2012
In Slovenia, una trilogia pubblicata tra l’estate del 2011 e la primavera del 2012 ha rivelato i segreti del traffico d’armi durante la guerra dei Balcani e il ruolo giocato dai politici del Paese. Uno degli autori, Blaz Zgaga, 38 anni, che ha denunciato i retroscena, è stato costretto a nascondersi.

"Il contrabbando d’armi è la madre di tutti gli scandali"

I due reporter autori di In the name of the State (Nel nome dello Stato), una trilogia sui trafficanti d’armi in Slovenia che vedrà l'ultimo libro, Cover Up (Insabbiare), uscire nella primavera 2012, hanno terminato il loro lavoro. Esiste un pubblico interessato a conoscere il ruolo della Slovenia durante la guerra del 1991-1995? "Il contrabbando d’armi - dichiara il coautore Blaz Zgaga - è la madre di tutti gli scandali. Abbiamo inserito alcuni esempi significativi delle violazioni avvenute durante l’embargo delle Nazioni Unite. La guerra in Jugoslavia non è stata un affare di pochi, ma coordinata da tutti i Paesi europei". Durante l'intervista, realizzata via Skype, Blaz Zgaga tiene in braccio sua figlia. Mentre la bambina balbetta in sottofondo, lui si lancia in un’entusiasta, appassionata, realistica analisi di una storia che lo ha visto impegnato per un decennio.

Hai sentito l’ultima sul funzionario croato?

Blaz Zgaga è d’accordo sul fatto che la reputazione della Slovenia è immacolata. "La Slovenia è stata una storia di successo, un piccolo paese provvisorio di cui avevano bisogno gli Stati Uniti e l’Europa. È anche un piccolo e noioso paese per il quale è davvero difficile attirare l’attenzione dei media quando le cose vanno male. Abbiamo scelto il momento giusto, prima della presidenza slovena al Consiglio Europeo, nel 2008, per indire una petizione contro la censura e la pressione politica sui giornalisti".

Blaz Zgaga ha da poco intrapreso quella che sembrava una “impossibile” crociata con uno dei 571 firmatari della petizione, Matej Surc, un ex-corrispondente radio a Belgrado e Washington, inviato speciale sul campo di battaglia bosniaco. Nel 2009, i due hanno raggiunto un enorme successo con la loro campagna per la libertà di informazione, riuscendo a creare quattro database (in excel) contenenti oltre 6.000 documenti resi pubblici dai ministeri degli Interni e della Difesa, sui quali è possibile leggere la risposta a quesiti del tipo: ‘Come è riuscito un funzionario croato a oltrepassare il confine con 3 milioni di marchi per l'acquisto di armi?’.

Attraverso la combinazione di "mail criptate e un sacco di giri in macchina", Zgaga e Surc hanno lavorato in segreto nella capitale. Il primo libro,  Sell, (Vendere), pubblicato nel giugno del 2011, ricostruisce il percorso degli armamenti dell’ex esercito iugoslavo, confiscati durante la guerra in Slovenia tra il 27 giugno e il 7 luglio 1991, il primo conflitto dopo la seconda guerra mondiale. Il secondo libro, Resell (Rivendere), messo in commercio un paio di mesi dopo, ha una portata più internazionale, dal momento in cui descrive l'esportazione di armi verso paesi come Bulgaria, Romania e Russia. Le vicende descritte ricordano una spy story: il quartier generale dei trafficanti si trovava a Vienna, mentre le transazioni venivano eseguite a Budapest per società registrate a Panama, con milioni di dollari versati a esportatori d’armi, tra i quali figurano l’intelligence militare polacca e il Regno Unito.

Bastardi rossi

Blaz Zgaga ammette che a volte si è sentito demotivato. "Si è trattato di un progetto pazzesco, per il quale ho passato tante notti in bianco, ma i miei colleghi mi hanno spinto ad andare avanti", racconta. Per essere un uomo costretto a guardarsi le spalle, dopo le minacce di morte anonime ricevute online il 19 Novembre, Zgaga rimane sorprendentemente gioviale. "Per la nostra petizione abbiamo ricevuto una condanna a morte pubblica: volevano farci soffocare nel nostro stesso sangue", continua. "La condanna è apparsa sui media di un famoso partito. Perfino il caporedattore ha scherzato sul fatto che noi fossimo diventati i ‘bastardi rossi’, con tanto di foto pubblicate. Questi non sono giornalisti che seguono l’interesse pubblico: basta guardare i proprietari dei giornali’. Dalla seconda metà degli anni 2000, i suoi colleghi giornalisti sono stati sostituiti o censurati per motivi di opposizione politica. "L’80% dei redattori è stato rimpiazzato. Ho avuto dei problemi con la pubblicazione dei miei articoli. Mi son guadagnato la reputazione di giornalista pericoloso perché faccio sempre troppe domande" spiega, mentre racconta delle 2.000 perquisizioni per lo scandalo Sava, riguardante le operazioni dell'intelligence americana nei Balcani. Perfino il suo cognome, in sloveno, significa "bruciore di stomaco, cioè rompiscatole".

La breve e difficile carriera di Zgaga è cominciata all’età di 20 anni, quando, studente di sociologia, ha cominciato a collaborare con il quotidiano di sinistra liberale Delo, da cui ha mosso i suoi primi passi nel mondo del giornalismo. "Non è stata una mia scelta quella di dedicarmi al giornalismo investigativo: ogni volta che andavo abbastanza a fondo, mi scontravo sempre con i soliti nomi. Nessuno desidera confessare quello che è stato fatto. Le attività di queste élite, cominciate con il traffico di armi, sono ancora segrete. È una delle problematiche maggiori del nostro Paese. Il silenzio è il primo segnale del disprezzo nei nostri confronti". L'obiettivo della sua missione consiste nell’opportunità per la società slovena di progredire. Per fare un paragone, spiega: "Al King's College di Londra, i corsi sulla guerra sono inseriti nel programma del dipartimento di scienze umane. Nelle arti! Eppure, se entri in qualsiasi libreria a Londra, troverai libri su guerre e rivoluzioni sotto la sezione ‘Storia’".

In Slovenia è stato l’editore Sanje (Sogni) l'unico che ha avuto il "coraggio di pubblicare un libro del genere". Potrà la trilogia avere un impatto su un paese soggetto a continui cambi di governo, o sui giovani? "Il buon senso è ancora vivo negli sloveni" dice Zgaga, riferendosi alle elezioni del 4 dicembre che hanno visto Janez Jansa, un protagonista nella storia del traffico d’armi, perdere il potere in seguito a una sorprendente sconfitta della destra slovena. "Di solito i giovani non si interessano di politica. Sono troppo impegnati a cercare di sopravvivere. Sono molto contento quando i lettori mi chiamano, o quando ci incontriamo e mi dicono che hanno capito". Resta da vedere se la Slovenia di Zgaga sarà ancora "un paese piccolo e noioso".