Politica

Il rubinetto di Putin e gli idraulici europei

Articolo pubblicato il 29 maggio 2007
Articolo pubblicato il 29 maggio 2007
La questione del rifornimento energetico è sempre più centrale nelle relazioni tra la Russia e i suoi vicini. Un modo per mostrare chi comanda nella regione?

Il Cremlino è forse sull’orlo di una crisi di nervi? Dopo una recente tensione diplomatica tra la Russia e l’Estonia, scatenata dalla decisione del governo estone di rimuovere una statua raffigurante un soldato sovietico dal centro della capitale Tallinn, i rifornimenti dei prodotti petroliferi provenienti da Mosca sono stati sospesi. Ufficialmente per lavori in corso.

Se a queste tensioni aggiungiamo le minacce di chiudere i "rubinetti energetici" agli scomodi vicini ucraini e georgiani, risalenti agli inverni 2005 e 2006, la strategia russa verso gli ex paesi dell'Unione Sovietica appare evidente. Secondo Franck Têtard, studioso di geopolitica, Mosca sta attraversando «una crisi post-coloniale».

Dal 2004, anno dell’allargamento dell’Ue ai paesi baltici e della Rivoluzione arancione in Ucraina, la Russia non sopporterebbe di veder messo in discussione il proprio accesso al Mar Baltico e al Mar Nero. Di conseguenza, l’ex potenza sovietica sembra attraversare una fase di isolamento che la costringe a ridefinire il suo territorio e la sua identità.

Mentre le crisi energetiche con l’Ucraina e la Bielorussia sono state causate soprattutto da motivi finanziari, il conflitto diplomatico con l’Estonia è stato più un polverone che uno scontro geopolitico vero e proprio. Ognian Hishow, politologo dello Stiftung Wissenschaft und Politik ("Istituto per gli affari internazionali e la sicurezza", ndr) di Berlino, afferma che il Cremlino sta cercando di rassicurare i nazionalisti sulla scena interna attraverso «un gesto di forza. Per un dovere di forma».

Una dipendenza sbilanciata

Da anni la Russia è considerata «la riserva di materie prime dell’Occidente». Le sue esportazioni sono costituite per quasi l’80% da materie prime come gas, petrolio e legno. I proventi del commercio estero rappresentano il 32% del bilancio federale. Il commercio di gas, viste le tensioni con gli Usa e il rifiuto della Cina di accettare i prezzi attuali, è limitato all'Europa.

Per gli esperti l’ex gigante sovietico sarebbe oggi vittima della cosiddetta “malattia olandese” : come tutti i paesi che dispongono di ampie risorse naturali, anche la Russia sta trascurando le altre filiere della sua economia (negli anni Settanta in Olanda, dopo la scoperta del gas naturale, l'industria delle materie prime si estese a scapito degli altri settori, ndr). Il prezzo elevato del petrolio russo sembra infatti celare una crescita debole a lungo termine, dovuta a un tasso d'investimenti insufficiente. L'Unione, secondo la Commissione Europea, accoglie più della metà delle esportazioni russe mentre la Russia rappresenta solo il 7% del commercio europeo.

In questa situazione la ricerca di un predominio nella sua zona d'influenza tradizionale diventa un rifugio. E una vera minaccia per gli ex “stati satellite” che, a differenza dell'Ue, sono semplici vittime "dei danni collaterali" in caso di una chiusura dei rubinetti d’energia russi. Durante il vertice Ue-Russia del 17-18 maggio il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha però difeso Estonia, Polonia e Lituania, dichiarando che le loro difficoltà nelle relazioni con la Russia «sono problemi condivisi dall'intera Unione».

Verso una gestione comune dell’energia?

«Quando i polacchi arrivano con le loro fissazioni (anti-russe, ndr), gli altri diplomatici pensano che diano i numeri» commenta ironico Ognian Hishow, sottolineando le differenze «di percezione ma anche reali» che esistono tra i vecchi paesi dell'Ovest e i nuovi dell'Est.

Per Christian Cleutinx, direttore generale dell'Energia e dei Trasporti della Commissione Europea, «i nuovi stati membri devono rendersi conto che fanno parte di un’entità più grande, l’Unione. Il completamento del mercato interno dell'energia mira ad accrescere la sicurezza dei rifornimenti di tutti i membri».

Dopo l’avvio del processo di cooperazione energetica tra l’Ue e la Russia in occasione del summit del 2000 a Parigi, quest’ultima dovrebbe ora investire in massa nelle infrastrutture per garantire una produzione a lungo termine. Ma il gas è più difficile da trasportare e conservare rispetto al petrolio: gli esportatori non possono rifornire tutti i paesi membri nello stesso momento. E ciò non favorisce l'adozione di politiche comuni in materia.

Bisogna poi considerare il calo delle riserve del Nord Europa. Gli occhi degli investitori sono ora rivolti all’Asia centrale, un'area in cui l'intervento della Russia sembra inevitabile. L'inevitabile cooperazione energetica permetterà di creare relazioni più stabili tra l’Unione Europea e la Russia? I legami economici e geopolitici tra i due attori sono visti da Ognian Hishow come un «elemento contraddittorio» col quale dovremo «convivere ancora per un po’».