Politica

Il politicamente corretto è morto

Articolo pubblicato il 17 dicembre 2016
Articolo pubblicato il 17 dicembre 2016

Il 2016 ci ha portato un considerevole numero di disgrazie, ma ha fatto emergere allo stesso tempo un inquietante ed interessante trend della politica mondiale: il rifiuto e la morte della politically correctness. Che non è di per sé un male, se riusciamo a gestire la cosa.

Diciamocelo: la definizione del 2016 come “annus horribilis” è praticamente diventata mainstream. Sarà l’espressione latineggiante che fa colto, sarà che essa racchiude in sé qualcosa di effettivamente vero, visto che il caso quest’anno sembra essersi particolarmente accanito nel "donare" al mondo eventi di cui si sarebbe volentieri fatto a meno e probabilmente non avremmo sentito la mancanza, l'anno 2016 sembra essersi veramente impegnato per essere il peggiore da molti anni a questa parte. 

Già, gli eventi. Questo Anno Domini (ci siamo fatta prendere la mano dal latino) si è risparmiato ben poco: attentati, guerre, morti celebri varie, Brexit, l’elezione di Donald Trump, in effetti c’è solo l’imbarazzo della scelta (si fa per dire). Ma c’è un altro cambiamento di stato, meno evidente e palpabile, di cui forse tutti abbiamo avuto il sentore, tutti abbiamo in qualche modo intuito la presenza, ma probabilmente in pochi hanno inteso la portata: la morte del politicamente corretto.

Parte del problema o il problema?

Che dietro le giacche e le camicie inamidate di chi dibatte quotidianamente negli sfarzosi palazzi del potere non si nascondano sempre delle anime gentili è un dato che diamo ormai per assodato. Ci siamo anche ormai assuefatti alla qualità della retorica politica in caduta libera, ai suoi toni degni dei peggiori bar di Caracas ed alle infiorescenze verbali quotidianamente scambiate tra gli scranni del Parlamento e indirizzate ai vari avversari, politici o meno che siano.

Per dirla in altre parole: un "vaffa" proveniente da certi ambienti politici, in fin dei conti, non ci meraviglia e scandalizza più di tanto ormai, dando per scontato che il politicamente corretto non abbia più in fondo troppo spazio in politica. C’è però chi si è spinto anche oltre. Perché d’altronde rifiutarsi di ammettere che il re è nudo? Perché non riconoscere che, in fondo, il politicamente corretto è solo un fastidioso ostacolo all’espressione di concetti che in realtà tutti pensiamo, ma che vengono poi sempre filtrati ed edulcorati da quello che è l’inutile rispetto di forme e convenzioni ormai superate? Perché non ammettere che, senza tale inutile principio, chiarezza e coerenza tra il detto e l’atto politico sarebbero sicuramente due punti di più facile realizzazione? E quindi: perché non ammettere che il politicamente corretto è effettivamente il problema?

Semplicità a prezzo di... Cosa?

Un momento. Chi ha deciso che il problema improvvisamente era la politically correctness e non, ad esempio, altre scelte di solito puntualmente soggette a critiche feroci, quali ad esempio politica economica e immigrazione? Sarebbe una domanda interessante, visto che è questo il trend della comunicazione politica a livello mondiale negli ultimi 12 mesi. Cavallo di battaglia da ormai diverso tempo di diversi editorialisti della stampa britannica più storicamente di destra, è diventato il leit motiv della campagna che ha portato Donald Trump ad occupare la poltrona più importante degli Stati Uniti. Una campagna combattuta fondamentalmente sul fronte dell’essere vero e diverso dall'elite politica di cui cercava di prendere il posto, e quindi dal rifuggire il velo di politicamente corretto al quale la politica tradizionale è sempre stata in qualche modo legata. Sull’essere "raw" (crudo) e "real" (vero), citando una qualsiasi delle interviste in cui la moglie Melania si limita a ripetere lo stesso copione n volte con tono stentoreo e solenne, comprensivo, semplice come anche un bambino passato da quel canale per caso facendo zapping potrebbe capire.

Ecco, forse abbiamo toccato il bandolo fondamentale di tutta questa storia della demoniaca politically correctness: la semplicità. Apparentemente, il problema fondamentale del politicamente corretto è proprio quello di non rendere immediatamente limpido e cristallino un concetto, camuffandolo ed oscurandolo dietro una foschia di "finto buonismo" che finisce per confondere le acque e non rendere la vita semplice all’operaio a fine giornata che non ha tempo e mezzi per concentrarsi sul "cosa si volesse veramente dire". Meglio essere diretti, duri e puri, e dire quello che tutti pensano esattamente come lo pensano. Deve essere arrivato a qualcosa del genere anche Norbert Hofer, candidato populista di estrema destra alla presidenza austriaca, sconfitto dall’indipendente Van Der Bellen, per cui la politically correctness era "il principio di tutti i mali".

Ed anche sull’altro versante del continente, in Francia, inizia a muoversi qualcosa, visto che la stessa Marine Le Pen si è esposta in prima persona, criticando i partiti conservatori di stampo tradizionale di avere paura di mettere in discussione il politicamente corretto. Facendo indirettamente intendere questo sia il principio dei problemi della discussione politica, e che il Front National sia diversi passi avanti a loro in tal senso.

Di cosa stiamo parlando?

Ma siamo proprio sicuri di capire a fondo di cosa stiamo parlando? Accusare qualcuno di essere "politicamente corretto" in effetti ha un significato scivoloso, insidioso. Se infatti dire che qualcosa è tecnicamente vero implica subito dopo matematicamente un ma, dare del politicamente corretto a qualcuno sottintende sostanzialmente la sua cattiva fede. Qualcuno che ha in realtà doppi fini, e che tende ad elevarsi sull’avversario grazie alla propria supposta superiorità morale. In altre parole: non solo mente, ma lo fa sapendo di mentire. Perché, in effetti, "politicamente corretto" è utilizzato sostanzialmente come un attacco, se non come offesa: nessuno si definirà mai spontaneamente come "politicamente corretto". Indice che, anche nella concezione comune, non è inteso proprio come un complimento.

Da che parte stare allora? Da nessuna delle due. Preferiamo optare per una terza opzione: quella della correttezza politica. Che, contrariamente alla ormai malata definizione di politicamente corretto, significa sensibilità, educazione, rispetto, condivisione di valori fondamentali. Ma è anche un consiglio: “Rem tene, verba sequentur”, se tieni bene a mente il concetto, le parole seguiranno da sole. E senza bisogno di rifugiarsi nessuna formula corretta ed accettabile per dire (o non dire) il proprio pensiero.

Sì, ci piace un sacco il latino.

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Pensate anche voi che il 2016 abbia fatto... Come dire, un po' schifo? Anche noi, però questa non è una buona ragione per non fare nulla. Per questo qui in redazione abbiamo deciso di dare uno sguardo agli ultimi 12 mesi di follia, con una sola, unica regola: VALE TUTTO.

Racconti, storie divertenti, analisi, tutto nella nostra nuova serie intitolata 2016: Best.Year.Ever.