Politica

Il Kosovo nell’Ue?

Articolo pubblicato il 27 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 27 gennaio 2006
Mentre la provincia balcanica piange la morte del Presidente Rugova, la questione della sua indipendenza da Belgrado resta sul tavolo dei negoziati Onu di febbraio. Intanto a Bruxelles già si pensa al futuro...

La recente morte per cancro di Ibrahim Rugova, Presidente del Kosovo dal 2002, ha acceso i riflettori su questa provincia autonoma dei Balcani ancora parte della Serbia-Montenegro. Non solo perché con Rugova scompare un leader politico di peso e noto a molti come il “Gandhi dei Balcani” per la nonviolenza tipica del suo indipendentismo. Ma anche perché proprio questa settimana si sarebbe dovuto aprire a Vienna, sotto l’egida dell’Onu, il primo incontro sul futuro del Kosovo tra i rappresentanti della provincia autonoma a maggioranza albanese e il governo centrale di Belgrado. Incontro che, intanto, è stato rimandato a febbraio.

Autonomia o indipendenza?

Allora si riproporrà una contrapposizione ormai classica. Da un lato la maggioranza albanese al potere in Kosovo preme per l’indipendenza da Belgrado e, a termine, per l’affrancamento dall’attuale protettorato esercitato dall’Onu in virtù della una risoluzione 1244. Dall’altro, invece, il presidente serbo Boris Tadic e il premier Vojislav Kostunica propongono «qualcosa in più dell’autonomia e qualcosa in meno dell’indipendenza». Difficile capire cosa intendano: è probabile che i due cerchino di intavolare trattative per lasciare ai kosovari un’ampia libertà amministrativa, senza però pregiudicare i diritti di quel 10% circa di serbi che ancora vivono in Kosovo.

Comunità internazionale divisa

La questione non può essere risolta senza il semaforo verde da parte della comunità internazionale. Ma mai come ora il concetto stesso di “comunità internazionale” risulta vacuo e fuorviante. Gli Usa, per esempio, paiono caldeggiare velatamente l’indipendenza. L’Onu tentenna perché sa che una scelta di questo tipo incontrerebbe il veto di Russia e Cina: Paesi già di per sé allergici agli indipendentismi (leggi Cecenia o Tibet) e che, per giunta, non hanno mai amato gli smembramenti nell’area. Non solo. Una risoluzione del genere, presa senza l’Onu, sancirebbe un ulteriore scacco di quest’ultima nell’ambito della diplomazia e del diritto internazionale.

L’Unione Europea, che dal ’99 ha erogato 1,6 miliardi di euro di aiuti per il Kosovo, è a sua volta divisa sull’indipendenza. Un’opzione che circola a Bruxelles è quella dell’indipendenza condizionale: una piena autonomia per il governo kosovaro, ma sotto il diretto controllo della comunità internazionale, che potrebbe bloccarne le eventuali involuzioni autoritarie e violente. Una sorta di “modello Bosnia”, insomma, ove vige la possibilità di intervento sui governi locali in caso di violazione degli Accordi di Dayton. Ci si chiede se questo modello possa essere applicato a una realtà così diversa, oppure sia solo il volo pindarico di una diplomazia messa all’angolo.

Intanto il Commissario europeo all’Allargamento, il finlandese Olli Rehn ha parlato di «eventuale integrazione nell’Unione Europea» come «prospettiva» da offrire ai Balcani Occidentali. Resta da sapere se il Kosovo vi entrerà come provincia della Serbia-Montenegro o come Stato indipendente.

La minoranza serba a rischio

Massacrati dalla polizia e dalla minoranza serbo-ortodossa, gli albanesi di religione musulmana che compongono il 90% della popolazione del Kosovo furono “salvati” dall’intervento armato della Nato nel 1999. Da allora la pulizia etnica iniziata dal sanguinario presidente serbo Milosevic si è arrestata, mentre si sono moltiplicati gli episodi di violenza contro la minoranza serba. Basti pensare ai 28 morti del 2004. Ora i serbi vivono in aree protette dalla comunità internazionale, specie di ghetti da cui non si esce senza rischiare la vita.