Politica

Il disastroso modello economico spagnolo

Articolo pubblicato il 13 novembre 2008
Articolo pubblicato il 13 novembre 2008
L’economia spagnolo è troppo celebrata, ma in realtà non è così sana. Troppe vacanze, scarsa produttività e pochi investimenti. È giunta l’ora di un’analisi autocritica e di riforme strutturali in una Spagna auto compiacente.

La grave crisi in cui versa il sistema finanziario internazionale, che registra crolli repentini in tutte le borse e un clima di pessimismo generalizzato, evidenzia chiaramente tutta la debolezza del modello di crescita economica spagnolo. Una prova questa molto difficile per l’economia spagnola, che ha registrato rapide e gravi ripercussioni sull’occupazione, la chiusura di numerose imprese e il crollo dei prezzi nel mercato immobiliare.

Zero in competitività e ricerca

In Spagna si lavora poco, male e con poca efficienza. Senza parlare del permanente stato vacanziero in cui vive il Paese. Nella classifica globale sulla competitività, recentemente pubblicata dal The Economist, la Spagna occupa il trentesimo posto, molto al di sotto di Paesi come Irlanda, Cina, Taiwan, Israele, Estonia, Malesia, Cile, India e Corea del Sud. Quasi tutti i Paesi dell’Unione europea la superano in competitività, che è anche logico se consideriamo che i lavoratori spagnoli passano più tempo in vacanza che al lavoro: infatti, tra giorni di ferie ufficialmente riconosciuti, fine settimana, ponti, vacanze di Natale e vacanze estive, in Spagna praticamente non si lavora. Il tema della creatività commerciale e della ricerca tecnologica è un altro aspetto che vale la pena sottolineare, poiché in questa classifica, pubblicata dallo stesso settimanale, la Spagna non compare tra i primi ventiquattro Paesi, tra i quali spiccano invece Taiwan, Islanda, Olanda, Singapore, Austria, Slovenia e Grecia. Un esempio tra tutti: benché la Spagna aspiri ad essere inclusa tra i grandi Paesi industrializzati, è al tredicesimo posto per numero di brevetti registrati e non compare tra i primi ventiquattro Paesi nella classifica sulla tecnologia dell’informazione e delle comunicazioni.

(Chesi Fotos CC / Flickr)

Inefficienza e debito pubblico

Nella classifica sull’indice di libertà economica, la Spagna occupa solo il ventisettesimo posto, ancora una volta dietro a quasi tutti i Paesi dell’Ue e a Paesi teoricamente meno industrializzati come Cile, Estonia, Cipro, Lituania, Taiwan e Trinidad e Tobago. Già qualche anno fa, la Banca Mondiale sottolineava come in Spagna fosse quasi impossibile creare un’impresa (cosa assolutamente vera, poiché richiede tutta una serie di incartamenti e un iter burocratico quasi sovietico). RecentementeKraftwerk/Flickr giunge allo stesso risultato: analizzando 178 economie, quella spagnola occupa il trentottesimo posto per quanto riguarda la facilità con cui si concludono gli affari, ma scivola al cento diciottesimo quando si tratta di aprire o avviare un’attività commerciale.

Lo Stato sprecone e inefficiente spende più di quanto guadagna. Ricorrendo nuovamente ai dati forniti nel corso dell’anno dal The Economist, la Spagna risulta il secondo Paese nella classifica del debito pubblico, preceduta solamente dagli Stati Uniti, benché risulti il primo Paese dell’Ue che sperpera le imposte corrisposte dai cittadini. Per non parlare del pessimo funzionamento della sua amministrazione pubblica e dello scarso grado di operatività nel conseguire i nuovi traguardi e affrontare le nuove sfide della società globale. È al diciottesimo posto nella classifica degli indicatori economici in materia di costo del lavoro, preceduta solamente dalle economie più ricche e dinamiche del mondo. I suoi costi, per esempio, sono simili a quelli di Stati Uniti, Irlanda e Giappone, ma il suo reddito pro-capite è quasi la metà di quello nord americano e notevolmente inferiore a quello giapponese. Ossia, produce meno e prodotti di qualità inferiore, ma agli stessi costi. Si rende perciò necessaria una profonda riforma del lavoro, rendendo più produttiva e meno costosa la manodopera.

L’imprenditore spagnolo non ama fare le valigie, investire fuori casa, parlare altre lingue e implementare i propri affari e vendite all’estero. Tra i Paesi con cui si relaziona, e cioè l’Ue, gli Stati Uniti e i Paesi più industrializzati del mondo, la Spagna è uno di quelli che esporta meno: molto meno di Italia, Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti e Canada (che ha una popolazione certamente molto inferiore a quella spagnola). Stando così le cose, e sfuggendo al facile compiacimento che si respira in alcune parti del Paese, sarebbe necessario riconsiderare l’economia spagnola in termini generali ed evitare i banali luoghi comuni trionfalisti che a volte i dirigenti politici ed economici esibiscono. Senza la necessaria autocritica è impossibile superare situazioni di crisi e dare agli evidenti problemi che presenta il quadro economico risposte da una prospettiva oggettiva, razionale e sgombra da passioni patriottiche. Agli spagnoli la scelta.