Politica

Il dilemma di Gordon Brown: referendum sul Trattato o no?

Articolo pubblicato il 17 ottobre 2007
Articolo pubblicato il 17 ottobre 2007
La forbice tra i tradizionali euroscettici e i sindacati contrari alla sospensione della Carta dei Diritti minaccia il Primo Ministro britannico. Contrario a un referendum sul Trattato costituzionale europeo.

«Questo Trattato è importante, Signor Primo Ministro, siate audace e lasciate che sia il popolo britannico ad avere l’ultima parola». Queste le parole di Margaret Tatcher, memorabile Lady di Ferro negli anni Ottanta, una delle ultime personalità a schierarsi a favore del referendum.

Ma è la campagna a favore di una consultazione popolare, lanciata il 6 settembre 2007da deputati appartenenti a tutti gli schieramenti, che ha acceso la miccia. «Nei prossimi mesi aumenteremo la pressione sul Governo affinché mantenga la promessa di indire un referendum sul Trattato costituzionale», ha dichiarato Derek Scott, ex-consigliere economico di Tony Blair e capo della campagna referendaria.

Dietro quest’appello alla democrazia, la campagna intrapresa dai parlamentari a suon di spot pubblicitari e conferenze mediatiche si orienta più verso il rifiuto di un nuovo Trattato che darebbe maggiore potere a Bruxelles e diminuirebbe così l’influenza britannica.

I sindacati all'attacco: «Vogliamo la Carta dei Diritti»

Durante il congresso annuale della confederazione sindacale Tuc – che rappresenta 6 milioni di lavoratori – a metà settembre 2007, i sindacati hanno chiaramente votato una mozione di censura del governo e raggiunto i difensori del referendum. Se rifiutano il testo, non è però per motivi euroscettici. «Siamo preoccupati delle conseguenze di questo Trattato sull’Europa sociale», ha dichiarato ad esempio Derak Simpson, segretario generale di Unite, il più importante sindacato del Paese.

Sotto accusa un protocollo specifico per il Regno Unito che vieta al Governo di implementare le direttive della Carta dei diritti fondamentali, anche se è stata firmata dal Paese sette anni fa al Summit di Nizza. «È fuori discussione che i britannici siano trattati come lavoratori di seconda classe!», esclamano i sindacati mettendo in guardia Gordon Brown contro il rifiuto di un testo che compie importanti passi avanti per lo sviluppo sociale degli europei. D’altronde la loro presa di posizione potrebbe costargli cara alle prossime elezioni.

Due terzi dei britannici vogliono il referendum

«Il prossimo governo conservatore emenderà la legislazione, in modo che ogni trasferimento di competenze dalla Gran Bretagna all’Ue sia sottoposto a un referendum nazionale», ha già chiarito William Hague, il Ministro degli Affari Esteri dell’opposizione, al Congresso dei Tories all’inizio di ottobre.

Il sostegno che i conservatori portano all’idea di organizzare un referendum deriva tanto dalla volontà politica di infliggere una batosta a Gordon Brown che di far prova d’ostilità rispetto a un’unione sopranazionale che diminuisce il potere del Paese.

Sotto la pressione dei sindacati, dei conservatori, di alcuni deputati del partito Lib Dem e dello stesso Labour, dei quotidiani nazionali e della maggior parte della popolazione – due terzi dei britannici pensano che il Trattato europeo debba essere sottoposto a referendum, secondo un sondaggio di YouGov -, il Primo Ministro britannico si ostina a preferire la soluzione parlamentare per ratificare il Trattato. Tra i suoi argomenti quello secondo cui la versione iniziale è stata modificata seguendo gli interessi di Londra.

In uno Stato famoso per il suo euroscetticismo, il “no” che potrebbe emergere da un eventuale referendum non solo metterebbe Gordon Brown in grande difficoltà sul piano politico, ma perturberebbe anche un processo di integrazione europea peraltro già indebolito.