Politica

Germania, quel passato che (non) passa

Articolo pubblicato il 06 febbraio 2006
Articolo pubblicato il 06 febbraio 2006
Neonazionalismo e coscienza collettiva: i tedeschi iniziano a prenderli in esame in modo diverso, senza separarsene completamente.

I tedeschi saranno capaci di abbandonare per sempre l’ombra del Terzo Reich? È questa la domanda che ci si pone alla luce dei dibattiti pubblici degli anni passati.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, il ritratto di questo popolo è caratterizzato dall’esperienza del nazionalsocialismo e dalla sua costante messa in discussione. La richiesta (e il rifiuto) di una riflessione consapevole, critica e spesso dolorosa apparteneva all’identità della Repubblica Federale.

Un nuovo stile

Ma le cose sono cambiate con la salita al potere del governo rossoverde nel 1988. Per la generazione di Gerard Schröder e Joscka Fischer, l’episodio chiave della loro storia politica non era più il 1933, data dell’arrivo al potere di Hitler, ma il ’68. La caduta del Muro aveva sanato la divisione del Paese e messo fine alla Guerra fredda, postumi diretti della Seconda Guerra mondiale. Nacque allora, col trasferimento del governo da Bonn a Berlino, la cosiddetta Berliner Republik. Un paese rinnovato che doveva essere sovrano, guardare avanti senza però sottrarsi al suo passato, come scrive il redattore di Der Spiegel, Reinhard Mohr, autore di Das Deutschlandgefühl (l’anima tedesca), un’opera del 2005. Effettivamente il governo rossoverde introdusse negli anni successivi un nuovo stile politico: con la partecipazione militare alla guerra in Kosovo e con il rifiuto ufficiale alla guerra in Iraq, sono stati misconosciuti diversi principi della politica estera tedesca, dimostrando una nuova consapevolezza. Senza rottura con il passato, l’allora Ministro degli Esteri, Fischer, fondò l’intervento in Kosovo sull’imperativo «Mai più Auschwitz». Inoltre la storia è rimasta presente, come magistra vitae, anche nelle relazioni con i paesi vicini, soprattutto con la Polonia e la Repubblica Ceca.

Sofferenza interna in primo piano

Étienne François, storico, docente all’Università Tecnica di Berlino, non parla però di un ritorno del nazionalismo tedesco. Si è occupato a lungo della storia tedesca e spiega piuttosto la rinnovata coscienza collettiva con il crescente distacco dal nazionalsocialismo. Ormai i testimoni viventi sono rimasti in pochi, spiega François, e i ventenni di oggi sono stati cresciuti con la consapevolezza della responsabilità tedesca, perciò non s’identificano più con l’epoca del nazionalsocialismo. E osservano la propria storia con una distanza impensabile per i loro genitori.

Tuttavia il passato non è stato del tutto dimenticato: i tedeschi iniziano ad interessarsi ad un aspetto della loro storia la cui tematizzazione aveva a lungo implicato il rimprovero di relativismo e revanscismo. È così che oggi ci si occupa con nuovo interesse della loro sofferenza durante la guerra. Nel 2002 fu pubblicata la novella Il passo del gambero, di Günter Grass, che racconta l’affondamento della nave-profughi Wilhelm Gustloff da parte di un sommergibile russo poco prima della fine della guerra. Nello stesso anno la rivista Der Spiegel pubblicava una collana sulla fuga e l’espulsione dei tedeschi dall’Europa orientale in seguito alla cessione forzata di numerosi territori ai vincitori della Guerra.

Altri segnali di questo rinnovato interesse : il dibattito in corso sulla creazione di un Centro contro le espulsioni, che l’associazione dell’Unione degli espulsi vorrebbe istituire a Berlino, e l’esposizioneFlucht, Vertreibung, Integration (Esodo, Espulsioni, Integrazioni), organizzata dalla Casa della storia di Bonn. I tedeschi pensano forse che la questione sia rimasta nascosta troppo a lungo? Étienne François rifiuta quest’idea ricordando che, dopo la Guerra, i tedeschi si considerarono principalmente delle vittime, e che solo più tardi si riconobbero colpevoli, assumendosene la responsabilità.

Nessun credo verso una cultura-guida

È sempre molto difficile per i tedeschi definire che cosa li tenga uniti in quanto società. I politici più conservatori hanno più volte tentato di dar vita ad un patriottismo tedesco: per esempio, come sfondo alla discussione sulla legge per l’immigrazione, i cristiano-democratici tentarono già nel 2000 di stabilire alcuni valori che gli stranieri avrebbero dovuto rispettare, qualora avessero voluto vivere nella società tedesca parlando di leitkultur o “cultura-guida”, concetto che restò però vago: infatti Mohr si chiede se «esiste forse un canone di ciò che definisce l’identità tedesca dal punto di vista politico-culturale?». Il sociologo Eugen Lemberg scriveva, già nel 1964, che una nazione si definisce meno attraverso le caratteristiche comuni, che attraverso il credo nei confronti di tale comunanza. Così in Germania lo scetticismo nei confronti di ciò che è nazionale sarebbe di gran lunga troppo forte perché possa diffondersi questo credo necessario.

Per l’Europa è una buona notizia il fatto che i tedeschi non dimentichino il loro passato, poiché la dolorosa esperienza è il fondamento necessario per il superamento delle contraddizioni nazionali, alla base dell’idea e del successo dell’Europa. Non ci deve essere dunque motivo di preoccupazione se i tedeschi si comportano con una nuova consapevolezza, fintanto che restino diffidenti verso la riemergenza del nazionalismo.