Politica

François Fillon si aggrappa alla piazza 

Articolo pubblicato il 06 marzo 2017
Articolo pubblicato il 06 marzo 2017

"Vado avanti, la gente è con me" dice il candidato repubblicano. Dopo la rivelazione del Canard enchaîné dell'impiego presumibilmente fittizio della sua consorte, François Fillon resiste. Un atteggiamento che sembra portarlo più verso Montenegro che verso l'Eliseo.

Sotto la pioggia e il vento a Trocadero, a gridare "Fillon, president" non sono più di 40.000 a sostenerlo. Lo applaudono mentre lui chiede scusa e promette di andare in fondo, come gli ha chiesto anche la moglie Penelope, oggi al suo fianco con bandierina in mano. Tutto si deciderà nella riunione straordinaria dei vertici dei Republicains. Ma, in diretta al tg, lo stesso Fillon ha messo tutti in guardia: "nessuno può impedirmi di candidarmi, non il partito, non ex candidati delle primarie, non dei presidenti di regione".

8 minuti. E' il tempo che si è preso François Fillon in conferenza stampa per insistere su quello che è irrimediabilmente diventato lo slogan della sua campagna: « Non mi ritirerò». Il candidato alle presidenziali dei Repubblicani mercoledì 1 marzo ha confermato di essere stato convocato per un interrogatorio che avrà luogo il 15 marzo. In questa stessa occasione ha precisato che manterrà la sua candidatura denunciando  « un assassinio politico » e invitando i suoi « elettori a resistere ».

Eppure il 26 febbraio il candidato aveva dichiarato che si sarebbe ritirato dalla corsa all'Eliseo nel caso in cui fosse stato incriminato. E' con un notevole esercizio di ostinazione che François Fillon ha deciso comunque di continuare. E poco importa se la sua campagna somiglia sempre più ad una via crucis. Prima della conferenza stampa gli ultimi sondaggi avevano già eliminato l'ex favorito dallo scrutinio politico per il primo turno delle presidenziali a favore di Marine Le Pen e di Emmanuel Macron. I parlamentari della sua famiglia politica tornano più allarmati che mai dalle loro circoscrizioni elettorali. Tutte le loro mosse si inseriscono nel rumore di pentole sbattute dei manifestanti che protestano contro la corruzione. Ma non fa niente.

Prima François Fillon denunciava « un clima di quasi guerra civile ». Il mese scorso la sua squadra aveva persino redatto un volantino, stampato in 4 milioni di copie e sobriamente intitolato  « Stop alla caccia all'uomo ! Quando è troppo è troppo ! ». Ma è veramente « troppo » ? In altri paesi, diversi dalla Francia, a un rappresentante politico accusato di crimini molto meno gravi sarebbe stata probabilmente, e da tempo, mostrata la porta d'uscita. La tolleranza - politica, mediatica, giudiziaria e d'opinione - davanti alla presunta o confermata disonestà di un personaggio politico differisce significativamente da un paese all'altro.

Per qualche grado in più

I paesi scandinavi sono un modello in quanto a trasparenza della vita pubblica. La Svezia, in particolare, si è rivelata intransigente con la cattiva condotta di cui sono stati accusati i suoi rappresentanti politici. Aida Hadzialic, giovane promessa del parito social-democratico e, fino all'agosto 2016, ministro dell'istruzione secondaria e della formazione, ne sa qualcosa. Alla guida della sua macchina, la ministra è stata fermata dalle forze dell'ordine mentre attraversava il ponte Öresond che collega la Danimarca alla Svezia. Costretta a sottoporsi ad un esame alcolemico, il suo tasso è risultato essere di 0,2 grammi di alcool nel sangue, un livello a partire dal quale è vietato guidare in Svezia - ma non in Danimarca, dove il limite è fissato a 0,5 grammi. 

Senza se e senza ma, la ministra ha presentato le sue dimissioni. « E' un fatto abbastanza grave perché io mi debba assumere le mie responsabilità », ha spiegato. Un'esemplarità lontana anni luce dal sentimento di impunità che sembra aleggiare sulle donne e gli uomini politici francesi. Bisogna dire che la Svezia è particolarmente severa con i suoi dirigenti che vengono colti con le mani nel sacco.

Già a metà degli anni 90 la ministra numero 2 del governo, Mona Sahlin, era stata costretta a dare le dimissioni perché aveva pagato qualche spesa privata con la carta di credito professionale. Anche dopo aver rimborsato le barrette di cioccolato acquistate, non aveva potuto evitare la punizione. Secondo il corrispondente svedese a Parigi, Magnus Falkehed, « in Svezia (François Fillon) avrebbe dato le dimissioni entro tre giorni, se non dopo mezza giornata! E questo avrebbe comportato una grande pulizia generale». Il giornalista ha girato il coltello nella piaga in un'intervista concessa a France info: « E' chiaro che la Francia ha un ritardo assolutamente drammatico a livello di trasparenza della vita politica. (...) I suoi ripetuti scandali danno l'immagine di una democrazia molto imperfetta, che sta nutrendo un populismo pericoloso».

Stessi toni da parte di un collega svedese, Johan Tollgerd, che si è detto « sopreso che (François Fillon) continui. Nei paesi scandinavi sarebbe stato arrestato dopo non più di una settimana, a causa della pressione mediatica e di quella del suo stesso partito ». Altri paesi, altri costumi.

Montenegro, il regno dell'impunità

Se c'è un paese europeo in cui l'intransigenza scandinava è ben lungi dall'essere applicata, è il Montenegro. Governato da 25 anni dallo stesso uomo, Milo Djukanovic, il paese precipita a poco a poco nel crimine organizzato. Una mafia che può contare su appoggi potenti che sono persino all'interno del governo montenegrino. Milo Djukanovic, che è stato presidente e poi primo ministro, è stato più volte sottoposto ad accuse gravi.

Nel 2009 solo la sua immunità politica lo ha salvato da un'inchiesta della giustizia italiana, che indagava sul suo coinvolgimento in un gigantesco caso di traffico di sigarette. Secondo la rivista Forbes, questo contrabbando sponsorizzato dallo stato avrebbe portato più di un miliardo di euro di incassi tra il 1996 e il 2002. In piena crisi finanziaria post - subprimes, Milo Djukanovic ha trovato il modo di dare 44 milioni di euro alla Prima Banca, proprietà di suo fratello e sola banca montenegrina ad aver ricevuto un aiuto statale durante la bufera finanziaria del 2008. Il potente dei Balcani sarebbe stato anche coinvolto nello scandalo delle telecomunicazioni montenegrine nel 2005: insieme a sua sorella, avrebbe intascato diverse decine di milioni di euro.

Così tanti scandali che però non hanno scalfito la prolifera carriera politica di Milo Djukanovic. E' vero anche i media nazionali sono zittiti e i giornalisti regolarmente minacciati e aggrediti - quelli che si sono occupati troppo da vicino degli affari della famiglia Djukanovic si sono ritrovati morti o dietro le sbarre. Fortunatamente però, in Francia certi diritti sono riconosciuti e François Fillon ha deciso di rispettare le istituzioni e di presentarsi ai giudici. Va comunque detto che mai nella storia della Repubblica Francese dei sospetti di corruzione di questa portata hanno coinvolto un candidato. Mai.