Politica

Falcone? Non un eroe ma un modello

Articolo pubblicato il 21 marzo 2017
Articolo pubblicato il 21 marzo 2017

Il 21 Marzo è la Giornata della Memoria delle vittime e dell'Impegno contro le Mafie. In Italia qualcuno ha dedicato la sua intera vita a combattere la criminalità organizzata, uno su tutti il magistrato Giovanni Falcone. Ma è più utile ricordarlo per le sue azioni fatte in vita, che per la sua triste morte nella strage di Capaci. 

"Ho avvertito, in questi ultimi anni, una certa stanchezza nel ripetersi di queste commemorazioni: perchè Giovanni Falcone viene ricordato con questa enfasi, con questa spettacolarizzazione e tutte le altre vittime della mafia, o non vengono ricordate oppure lo sono in maniera differente? Bisogna spiegare alla gente l'importanza del contributo che ha dato Giovanni Falcone alla giustizia, perchè possa comprendere che la grandezza di Giovanni Falcone è tale per cui lui andrebbe ricordato nella stessa identica maniera in cui oggi lo ricordiamo, anche se fosse morto di morte naturale". Così lo scorso anno è intervenuto Alfredo Morvillo, il fratello della moglie di Falcone, che a lungo aveva lavorato con lui, al convegno intitolato "L'attualità del pensiero di Giovanni Falcone". Ed è forse questo il senso: non vedere il magistrato come un eroe, ma prendere le sue azioni come esempio.  

Era il 23 maggio 1992, Palermo veniva scossa da un boato, mille chili di tritolo chiudevano gli occhi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Da quel giorno, ogni anno migliaia di persone di tutte le età, estrazione sociale e nazionalità arrivano a Palermo e sfilano in corteo per ricordare il giudice Giovanni Falcone. Si sa però che, a volte, la retorica uccide la sostanza e l'abitudine affievolisce il ricordo, e allora cresce pian piano il seme della polemica, nasce come un sussurro e arriva sempre più forte: "A che servono questi cortei?".

Il coordinamento investigativo: le direzioni distrettuali antimafia

Oggi il desiderio è, senza alcuna - neppure minima - pretesa di completezza, mettere a punto un piccolo compendio dell'incomparabile attività di Giovanni Falcone. Quali novità legislative ha consentito di introdurre il suo lavoro, quali intuizioni, e quali tecniche investigative ha permesso di sviluppare; insomma, come questo giudice siciliano, con la sua altissima preparazione giuridica e il suo innato spirito di servizio, ha cambiato per sempre la lotta alle mafie, fornendo indicazioni che sono ancora seguite di magistrati italiani e di tutto il mondo. La vera eredità di Giovanni Falcone.

Solo per fare un piccolo esempio, non tutti sanno che a Quantico, vicino a Washington DC, nel quartier generale dell'FBI, dal lontano 1994 troneggia un mezzobusto di Giovanni Falcone, fortemente voluto da Louis Freeh, amico e collaboratore del magistrato palermitano e allora direttore dell'FBI, perchè Giovanni Falcone "è la più alta rappresentazione della Giustizia e dello Stato". 

Falcone aveva ben chiara la necessità di coordinare le indagini in materia di criminalità organizzata. Grazie a un suo disegno, messo a punto durante il suo lavoro al Ministero della Giustizia, a capo della sezione Affari Penali, venne emanato il d.l. n. 367/1991 in materia di "Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata", convertito con modificazioni dalla Legge n. 8/1992 con cui si istituitivano la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali antimafia. Fu in occasione del suo ultimo discorso pubblico, tenutosi a Pavia il 13 maggio del 1992, che definì il coordinamento investigativo come un elemento "fondamentale".

Dalla relazione preliminare al decreto legge si evince: "Lo scopo di questa struttura è di fronteggiare le organizzazioni criminali attraverso l'organizzazione delle indagini". Oggi, secondo l'articolo 371 bis del codice di procedura penale il Procuratore nazionale antimafia ha funzioni di impulso nei confronti dei procuratori distrettuali, "al fine di rendere effettivo il coordinamento delle attività di indagine, di garantire la funzionalità dell'impiego della polizia giudiziaria nelle sue diverse articolazioni e di assicurare la completezza e tempestività delle investigazioni". La raccolta di dati e il coordinamento diventano imprescindibili della lotta a un crimine organizzato che espande ogni giorno di più i suoi confini di operatività.  

Il pentitismo e la legislazione premiale 

Il fenomeno della collaborazione con la giustizia non nasce certo con Falcone. Sino all'avvento del maxiprocesso però non aveva sollevato particolari tensioni posto che, tra l'altro, le dichiarazioni di chi collaborava erano per lo più ignorate dagli esponenti giudiziari dello Stato (com'era avvenuto per esempio nel caso delle dichiarazioni di Leonardo Vitale). Falcone fu grande propulsore dell'uso dei cosiddetti "pentiti" a fini di repressione. Pensava che solo uno sguardo dall'interno potesse svelare nella sua interezza l'organizzazione. Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta consentirono infatti di ricostruire la mafia in ogni aspetto della sua organizzazione, in un modo che altrimenti non avremmo mai potuto conoscere. All'epoca di Falcone tuttavia, la gestione dei pentiti non era in alcun modo disciplinata; come lui stesso scrisse, gli inquirenti si ritrovavano "a tentare di risolvere artigianalmente i loro problemi di sicurezza e, dall'altro lato, per cercare di incentivarli facevano generiche e aleatorie previsioni" .

Arrivò quindi la necessità della legislazione premiale, il cui periodo di fioritura fu quello degli anni compresi tra il 1991 e il 1994 e, anche in questo, il lavoro di Giovanni Falcone al Ministero fu di straordinaria importanza perchè portò all'elaborazione di una serie di testi normativi che consentono oggi, anche a seguito di numerose innovazioni normative, una gestione del collaboratore di giustizia esatta e puntuale, dove le regole sono dettate univocamente dallo Stato. 

Il "Metodo Falcone", tecniche di indagine in materia di mafia

"Seguire i piccioli", meglio noto come "Follow the money", era il metodo per addentrarsi davvero nel mondo mafioso. Scriveva Falcone: "Seguire le tracce che lasciano dietro di sè i grandi movimenti di denaro connessi alle attività criminali più lucrose è la strada maestra, nelle investigazioni in materia di mafia, perchè è quello che maggiormente consente agli inquirenti di costruire un reticolo di prove obiettive insuscettibili di distorsioni".

Le indagini in materia di mafia si sarebbero dovute dispiegare in due momenti fondamentali: prima di tutto bisognava occuparsi di fatti-reato direttamente produttivi di movimenti di denaro; subito dopo, seguendo le tracce di tali movimenti, l'idea era quella di condurre le inchieste volte all'accertamento dei reati-fine, senza però tralasciare quello dei reati-mezzo. Questo modus operandi sarebbe stata la chiave per accedere alle attività del crimine organizzato che secondo quanto teorizzato anche da Giovanni Falcone, si snodavano in "Reati di primo livello", tra cui il traffico di stupefacenti, aventi immediato risvolto finanziario e "Reati di secondo livello", ossia delitti che si ricollegano alla lotta fra cosche per il controllo delle attività. E "Reati del terzo livello", miranti a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso nella sua totalità. 

L'insegnamento più importante: la mafia non è invincibile

Un debito abbiamo tutti noi, il più grande di tutti, con Giovanni Falcone. Lui ci ha dimostrato per la prima volta che lo Stato, se si organizza, se mette insieme un apparato di professionalità serio, se mette in campo investimenti e impara a muoversi alla stessa velocità con cui si muove la criminalità e si adopera perchè tale apparato continui a funzionare, può sconfiggere la mafia. Quella piovra che si era creduto o si era preferito credere fosse invincibile era fatta da uomini. Riecheggiano ancora nella mente di ognuno di noi le sue parole: "Il fenomeno mafioso è un fenomeno umano e come tale ha avuto un inizio e avrà anche una fine".

I boss erano sì mostri sanguinari, ma erano uomini e, come tali, erano fallibili. "Sono uomini come tutti gli altri" dichiarò Falcone. Così, il giudice ha insegnato a ciascuno di noi che la parte dello Stato è quella giusta, ci ha insegnato che bisogna affrontare la propria quotidianità con coraggio e onestà, ciascuno per la propria parte. Ha insegnato che la mafia può essere sconfitta, che si può dire no al malaffare e che i cittadini onesti possono vincere, non con la retorica, ma con uno Stato che faccia il suo dovere. 

_

Nella stesura di questo articolo si fa riferimento più volte a: G. Falcone, G. Turone "Tecniche di indagine in materia di mafia, in Cass. Pen. 1983 e G. Falcone, "Interventi e proposte", Sansoni Editore, 1994.