Politica

Evasione fiscale: il caso LuxLeaks 

Articolo pubblicato il 17 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 17 dicembre 2014

Intervista a Delphine Reuter, giornalista e ricercatrice per il Consorzio internazionale del giornalismo investigativo (ICIJ), sul caso LuxLeaks.

Il 6 novembre 2014, il consorzio di giornalsti ICIJ ha reso nota la propria inchiesta sui documenti trapelati dalla società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC). Dall’analisi dei testi risulta che più di 340 multinazionali hanno stipulato degli accordi fiscali per evadere le tasse, ricorrendo alle norme fiscali particolarmente vantaggiose del Lussemburgo. In che modo è stata svolta l’indagine? Come funziona il sistema fiscale nel Lussemburgo? Cafébabel ha intervistato Delphine Reuter, giornalista d’inchiesta e ricercatrice. 

In che modo è stato creato il gruppo di ricerca che ha indagato sulla PwC? Come sono state condotte le indagini?

LuxLeaks spiega come alcune multinazionali, complici le autorità fiscali del Granducato, siano riuscite a ridurre i propri oneri fiscali grazie all’aiuto della filiale lussemburghese di PricewaterhouseCoopers, società di revisione ed organizzazione contabile. In totale, LuxLeaks ha reso pubblici circa 550 accordi fiscali messi a punto dagli impiegati di PwC, tra il 2002 ed il 2010, a favore di oltre 340 multinazionali. Ogni documento mostra un trattamento fiscale specifico ad una società cliente di PricewaterhouseCoopers e riporta la firma di un funzionario dell’ufficio delle imposte del Lussemburgo, oltre ad una lettera di conferma redatta dallo stesso. Alcuni documenti erano noti al grande pubblico: il programma Cash Investigations su France 2 e la BBC ne avevano già parlato. Ma la maggior parte dei documenti conteneva informazioni che non erano state ancora analizzate.

I giornalisti del progetto LuxLeaks hanno collaborato con il Consorzio internazionale del giornalismo investigativo (International Consortium of Investigative Journalists - ICIJ), con sede a Washington. Creato nel 1997, il Consorzio sostiene il giornalismo d’inchiesta nel mondo, avvalendosi di giornalisti che lavorano per media diversi, in lingue diverse, su formati diversi. L’ICIJ raggruppa più di 180 giornalisti di circa 65 paesi, ma solo alcuni di essi partecipano ai progetti sviluppati dal Consorzio. Nel caso del progetto LuxLeaks, si è trattato di circa 80 giornalisti di 26 paesi. Ogni giornalista ha analizzato i documenti legati al proprio paese. Tra glia altri The GuardianLe MondeCNBCCBCLe Soir hanno collaborato per mesi e in segreto, al fine di poter pubblicare i risultati delle rispettive inchieste nello stesso momento. I vari giornalisti hanno quindi lavorato con fusi orari diversi, in paesi diversi, aiutandosi a vicenda per portare avanti uno stesso progetto.

Per poter rendere pubblico il maggior numero di documenti possibile in uno stesso giorno e in differenti paesi, i giornalisti hanno dovuto organizzare l’analisi delle 28.000 pagine della documentazione disponibile (o almeno di quelle riguardanti le multinazionali conosciute nei rispettivi paesi). Comunicavano tramite una piattaforma web comune o per e-mail e avevano accesso ai documenti in linea, attraverso un sistema di sicurezza.

Quali sono state le principali scoperte?

L’analisi di un numero così elevato di documenti ha svelato come fossero centinaia i miliardi di euro che passavano dal Lussemburgo per poi essere risparmiati dalle multinazionali. Alcune di queste hanno beneficiato di aliquote addirittura inferiori all’1%. Per ottenere tassi così bassi, basta avvalersi della competenza degli avvocati o, come in questo caso, di consulenti legali. Questi analizzano da cima a fondo il funzionamento dell’azienda, individuando i meccanismi che permettono di ridurre al minimo gli oneri fiscali. Mancando un'intesa fiscale tra i paesi, specialmente dell’UE, le multinazionali possono evadere le tasse in più paesi alla volta. Agli occhi della legislazione lussemburghese, le pratiche della società di consulenza PwC individuate dal progetto LuxLeaks sono legali. Ciò che è sotto accusa è l’abitudine sistematica di confrontare regimi fiscali diversi per contribuire all’ottimizzazione fiscale di un’impresa. È lì che entra in gioco la Commissione Europea. È suo compito, tramite la DG Concorrenza, assicurare che tali pratiche fiscali non siano in contrasto con la legislazione europea. La loro legalità o meno sarà quindi stabilita in seguito alle ricerche della Commissione. 

In ogni caso, è possibile menzionare alcuni fatti sostenuti da LuxLeaks: le società in questione, spesso grandi multinazionali, hanno ottenuto accordi finanziari con le autorità lussemburghesi per ridurre gli oneri fiscali e pagare il minimo di imposte. Questi accordi segreti descrivono strutture finanziarie complesse, formate da società basate in paesi diversi e create per pagare le imposte minime laddove tali società svolgono attività che potrebbero essere soggette a tassazione. Gli accordi, quindi, sono una sorta di assicurazione affinché le multinazionali abbiano poche tasse da pagare al Lussemburgo ed anche a qualsiasi altro paese in cui sia presente una filiale dalla quale transiti capitale. Alcune delle società che hanno stipulato questi accordi fiscali hanno un’attività economica o finanziaria anche nel Lussemburgo. Tuttavia, la maggior parte di esse possiede solo una filiale, spesso una Srl, società a responsabilità limitata.

Questa filiale, creata con il minimo delle spese, viene utilizzata per gestire alcune decisioni finanziarie prese dalla società principale. Per esempio, il capitale della filiale viene incrementato per far transitare, almeno su carta, vari milioni di euro attraverso il Lussemburgo senza che vi sia presenza visibile del denaro né attività economica alcuna. Basta che uno studio di avvocati o una fiduciaria si occupi dell’amministrazione giornaliera di una società, senza neanche preoccuparsi di generare valore economico. Uno degli amministratori della filiale lussemburghese annota quindi su carta l’aumento di capitale ed i cambi amministrativi di modo che questi, con la firma di un notaio, diventino ufficiali e vengano poi pubblicati sulla gazzetta ufficiale del Lussemburgo (nel Memorial C). L’idea di LuxLeaks è quella di riuscire a capire meglio, attraverso la lettura degli accordi preparati da PricewaterhouseCoopers, in che modo le multinazionali utilizzino le filiali lussemburghesi per ridurre, spesso in grandi percentuali, gli oneri fiscali.

Qual è stato il tuo compito?

A giugno ho incontrato Marina Walker di ICIJ ed alcuni ricercatori che hanno partecipato al progetto LuxLeaks. Questi collaboratori sono sparsi un po’ ovunque nel mondo. La mia squadra lavorava su quei dati che hanno poi creato l'interfaccia accessibile al pubblico sul sito dell’ICIJ.

ICIJ lavora spesso su più progetti contemporaneamente. Per ognuno di questi viene creato un gruppo di investigazione e si stabilisce una data ed un’ora esatta di pubblicazione. L’impatto è dunque molto grande, perché l’interesse si concentra su un caso specifico e in un giorno preciso. Durante tutta la durata del progetto i giornalisti ed i loro caporedattori, che devono comunque essere messi al corrente del segreto, accettano di non divulgare a terzi le informazioni legate al progetto. Ciò permette di progredire abbastanza velocemente in inchieste spesso complesse e che richiedono non poche ricerche e una certa competenza, in questo caso, finanziaria. 

Da una parte, quindi, c’erano i giornalisti che lavoravano sui loro articoli o reportages per i rispettivi media. Dall’altra, il gruppo di ricerca a cui mi sono unita passava a setaccio i rulings e individuava delle connessioni tra essi. Grazie all’uso di software come Google Docs, potevamo lavorare sugli stessi documenti e lasciare dei commenti, disponibili e visibili a chiunque ne avesse accesso. Per prima cosa abbiamo quindi dovuto pianificare un sistema di ricerca, di verifica e di vetting, riunendoci, quando era necessario, su Skype o Google Hangouts per condividere le nostre scoperte o rispondere a questioni urgenti. A volte ci davamo manforte per avanzare più velocemente su certi aspetti. Io, quindi, non ho lavorato con i giornalisti, a meno che non fossero loro a contattarmi direttamente per parlare del progetto.

Che ne pensi del risultato della pubblicazione e della mediatizzazione del rapporto? E delle reazioni dei governi europei, della Commissione europea e di Jean-Claude Juncker in particolare? La sua credibilità alla Commissione rischia di essere compromessa?

Gli accordi fiscali anticipati o i tax ruling che l’ICIJ e i giornalisti hanno analizzato vanno dal 2002 al 2010, un periodo durante il quale Jean-Claude Juncker era primo ministro del Lussemburgo. È impossibile che, in un paese di tali dimensioni, il primo ministro non ne fosse a conoscenza. Bisogna fare una distinzione tra la legalità di queste pratiche, visto che i documenti formalizzano un accordo fiscale tra una multinazionale ed un’autorità governativa, e il loro aspetto etico: è giusto tutto ciò? È giusto lasciare che i paesi si facciano una tale concorrenza, considerando che fanno parte di un mercato comune?

L’impatto internazionale dell’inchiesta, in particolare sull’Unione Europea, ha superato le stesse aspettative dell’ICIJ. Ciò dimostra che anche un argomento a prima vista così poco allettante, la tassazione delle aziende, può ricevere l’attenzione che merita se viene data ai lettori, agli spettatori o agli ascoltatori la possibilità di capire come e perché queste pratiche d’ottimizzazione fiscale li riguardino direttamente, nel quotidiano. Un’inchiesta isolata non avrebbe potuto scatenare un tale dibattito sul tema. Ed è grazie alla collaborazione, al lavoro dei giornalisti e dei ricercatori che è stato possibile ampliare l’eco di questa inchiesta. Il suo stesso successo si traduce nel trionfo di una squadra che ha saputo rendere comprensibili gli ingranaggi di una macchina così complessa.