Politica

Europa della difesa: un obiettivo possibile?

Articolo pubblicato il 22 luglio 2008
Articolo pubblicato il 22 luglio 2008
Nel rapporto con gli Stati Uniti, più aggressivi, l’Europa non sembra avere ancora una politica estera ben definita. Militarismo e “soft power”. Ma è ancora aperto il dibattito su un progetto comune.

Nel suo libro Paradiso e Potere, Robert Kagan (Of PAradise and Power, Oscar saggi 2004) distingueva l’Europa dagli Stati Uniti sul piano della politica estera. Gli Americani verrebbero da Marte, il dio della guerra secondo la mitologia romana, e ricorrerebbero più facilmente all’azione militare per regolare le questioni internazionali; l’Europa, discendendo da Venere, avrebbe piuttosto la tendenza a voler risolvere i conflitti con la negoziazione.

Militarismo contro “soft power”

In effetti, la politica estera europea è fortemente impregnata dei valori che essa giudica universali, come i diritti umani o la democrazia. Ma l’Ue non può limitarsi ad un “soft power”, come osserva giustamente lo svedese Jesper Haglund, consigliere politico della Commissione Sviluppo del Parlamento europeo. La sua forza deve risiedere nella capacità di non ricorrere alla forza militare se non in casi di estrema necessità, «dopo aver valutato le possibili conseguenze di un’azione del genere rispetto ad una scelta di non intervento», precisa Haglund. Detto in altri termini, l’Europa può fare la differenza dimostrando di poter scegliere.

Per raggiungere questo obiettivo, l’Europa deve dotarsi «di strumenti efficaci (…) a sostegno della sua politica estera», sosteneva Diego López Garrido. Questo avviene sicuramente grazie ad «un coordinamento sempre più stretto fra le politiche per la sicurezza e per la difesa dei vari stati, a livello politico, militare (e civile)», riassume Jesper Haglund. In fin dei conti, però, «spetta al singolo stato decidere il ruolo del proprio esercito nazionale», aggiunge, e la prospettiva di un esercito europeo e di un’unica politica di difesa per tutta Europa appare molto lontana.

Combattere il terrorismo internazionale

Anche se l’Europa non ha “nemici” nel senso militare del termine, continua Haglund, «il terrorismo è un vero problema». Durante una conferenza all’Università estiva dei Paesi Baschi, il Ministro spagnolo alle politiche europee, Diego López Garrido, indicava proprio il terrorismo internazionale come una delle priorità dell’Unione Europea, al pari della lotta contro le armi atomiche. Ma «è difficile, se non impossibile, combatterli direttamente», prosegue Haglund, e «la lotta al terrorismo si rivela più efficace se condotta attraverso una serie di azioni volte a rafforzare i contatti fra paesi, regioni, culture e religioni e che abbiano l’obiettivo di ridurre le differenze fra i paesi e le popolazioni povere». Il dialogo più che l’azione militare, dunque.

Ancora una volta, sembra che «l’Europa della difesa non sia un problema economico, bensì politico», sostiene Vicente Palacio, vice direttore del think-tank progressista OPEX di Madrid. Si tratta di fissare degli obiettivi prioritari, ma anche di ricollocarsi sulla scena internazionale, ridefinendo in particolare la relazione dell’Ue rispetto agli Stati Uniti all’interno della Nato, per non passare più il tempo a «rimettere insieme i cocci rotti» degli Americani, lamenta Palacio.