Politica

Emmanuel Macron: la storia infinita

Articolo pubblicato il 20 maggio 2017
Articolo pubblicato il 20 maggio 2017

Emmanuel Macron è stato eletto presidente della Repubblica da più di 20 milioni di francesi. Un’ottima storia, che però deve essere considerata come la prima puntata di una serie con una trama e dei personaggi ancora sconosciuti. La situazione però non è cambiata: la Francia è divisa.

Siamo sinceri, nessuno se lo aspettava. Sei mesi fa, quando Emmanuel Macron ha presentato ufficialmente la sua candidatura alle presidenziali, tutti pensavano che le possibilità del candidato di En Marche! equivalevano a quelle di una start-up specializzata in VHS. Ci siamo sbagliati. Completamente. Ma oggi l'inimmaginabile è sotto ai nostri occhi: un trentanovenne, mai eletto prima d'ora e sconosciuto fino a tre anni fa, ha in mano la Francia. 

Macron, Mad Max e Mario Bros

La sceneggiatura è presto fatta. In principio era il coraggio. Quello di creare un movimento con le sue stesse iniziali per porre fine agli indugi di un governo che impazzisce ogni volta che c'è bisogno di agire. Quello di dimettersi dal ministero dell'Economia, che significa lanciarsi nello spazio rimasto vuoto tra la destra e la sinistra, là dove molti hanno già fallito. Poi c'è la fortuna. Quella di vedere François Fillon vincere le Primarie della destra e del centro con grande sorpresa di tutti e di vedere Benoît Hamon bruciarsi con le ceneri del Partito Socialista. En Marche! parte come un proiettile in un'autostrada sgombra e lascerà sul ciglio della strada il candidato dei Repubblicani e quello del Partito.

I risultati prima delle legislative mostrano un Paese frammentato. Dopo il Regno Unito e gli Stati Uniti, la Francia è divisa in due tra vincenti e perdenti della globalizzazione. O meglio, è divisa in quattro. Nei sondaggi, En Marche! viaggiava sulla scia del Front National. A 10 giorni dal voto, il movimento ha visto il ritorno della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Le tre formazioni si spartivano l'adesione dei francesi su un argomento che fa da olio motore: il “dégagisme”. La famosa “pasokificazione” europea (dal nome della quasi-scomparsa del Pasok, il partito socialdemocratico greco, nda) interessa anche la destra che, per la prima volta nella storia della quinta Repubblica, non rappresenterà il grande partito al secondo turno. Eppure Marine Le Pen vive di politica da 20 anni, Jean-Luc Mélenchon la fa dal 1968 et Macron è un ex-ministro. E nel frattempo, François Fillon riappare nel loro specchietto retrovisore come un brutto remake di Mad Max, per fallire a un a un passo del secondo turno.

Le presidenziali francesi funzionano come Mario Bros. Quando si perde, si torna al punto di partenza, quando si vince, si scopre un mondo nuovo. Spingendo il tasto play, la campagna tra i due turni mette gli Insoumis di Mélenchon e la destra conservatrice di Fillon lontano dai riflettori. Il nuovo terreno di gioco? La Whirlpool. Una fabbrica situata in Piccardia che produce asciugatrici e sta per chiudere. Con il trasferimento Polonia, centinaia di dipendenti perderanno il lavoro. Simbolo del match della globalizzazione, l'incontro si svolgerà nel parcheggio dello stabilimento. Alla nostra destra, Marine Le Pen che si fa i selfie. Alla nostra sinistra, Emmanuel Macron che chiede un "hygiaphone" (schermo protettivo ndt) invece di un "mégaphone" (megafono ndt) per fare il suo discorso. La settimana prima della votazione, le idee contrastanti di questa Francia divisa lasciano il posto ad uno spiacevole battibecco. Durante il peggior dibattito presidenziale della storia, l'estrema destra di serie B discute con il candidato del fronte repubblicano a cui è bastato ricordare le lezioni di economia delle medie per vincere la partita.

Dieci percento

20 milioni di francesi hanno eletto Emmanuel Macron. Meno di un terzo della popolazione e, allo stesso tempo, il 66,1 % di voti. La mappa dei dipartimenti francesi, invece, è quasi immacolata. Aldilà del rinvio di voci, degli sbarramenti e del voto utile, En Marche! ha vinto ovunque. Nelle città e nelle campagne, ad est e ad ovest, nelle roccaforti di Fillon e di Mélanchon. Sì, grandioso, ma non vuol dire nulla. Quando sono molti a ricordarsi che 16 milioni di francesi hanno deciso di non esprimersi, nessuno chi sia veramente En Marche!. Qualcuno parla del 10%, quando si cerca di calcolare l'adesione della popolazione alle idee del presidente eletto. A sentire lo staff della campagna elettorale del movimento, si tratta di una Francia felice, multiculturale, giovane, europeista che indossa scarpe da ginnastica. Ma 10% è anche la (recente) percentuale di consensi ottenuta da François Hollande.

La politica francese funziona come GTA (Grand Theft Auto). Tutto è possibile, non si finisce mai. Dopo le presidenziali ci saranno le elezioni legislative che mostreranno i vari colori del futuro Parlamento e una base indispensabile per il nuovo governo. Mentre si mormora il nome del primo ministro (che si stabilirà a Matignon forse per un solo mese), la prossima campagna, che si concluderà il 18 giugno prossimo, potrebbe finalmente svelare il reale valore di En Marche!. Ora che Macron è presidente, è il momento che le sue idee vengano messe in atto. Il movimento ha promesso volti nuovi. In altre parole, degli sconosciuti. Sono questi "rappresentanti della società civile" che andranno a combattere in tutta la Francia, spesso lontani da telecamere e discussioni mediatiche. E dal momento che le persone non dimenticano tanto velocemente, tutto questo avrà luogo di nuovo in un paese diviso: quello del Front, degli Insoumis. Oppure no.

Che piaccia o no, quella di Emmanuel Macron è una bella storia. La verità è che adesso i film non si vedono più in VHS. La vittoria del candidato di En Marche! è solo il primo episodio di una lunga serie che si annuncia tanto appassionante quanto imprevedibile. Ma, certamente, ci si può sempre sbagliare.