Politica

Emilio Caruso: «Sono un operaio dell'Europa»

Articolo pubblicato il 08 febbraio 2008
Articolo pubblicato il 08 febbraio 2008
La memoria storica della Commissione Europea si fa gentile nelle mani di un italiano che ha visto tanto

Assistente al Servizio dei portavoce dal 1972, poco più che maggiorenne all’Euratom, poi al Segretariato della Cee. Sessantaquattro anni, e da trantacinque al servizio dell'Europa.

Vestito in blu gessato, impeccabile nel portamento, elegante nei modi, accogliente e gentile, Emilio Caruso ci riceve nel suo studio alle 17. Alle pareti foto di balli, una con Margot Wallström, amici e parecchi presidenti, Prodi, Barroso, i colleghi giornalisti, e un' immagine di Emilio, a sette anni in Sicilia.

«Sono un operaio dell'Europa, perché funzionari lo siamo tutti. Tutti funzioniamo in queste istituzioni se vogliamo!». Così esordisce Emilio Caruso, che dell’Europa è innamorato da sempre, da quando piccolissimo, si trasferì con la famiglia di origini siciliane a Bruxelles, dove tuttora vive.

«Chiamami Emilio, mica visito!»

Cominciamo con la Commissione. «Dottor Caruso…», «Chiamami Emilio, mica visito!». Quindi: «Emilio, cos'è cambiato in trentacinque anni nel suo lavoro alla Commissione europea»? «Nel 72, con Palazzo Berlaymont (la sede della Commissione europea a Bruxelles, ndr) quasi nuovo avevamo trenta giornalisti accreditati da tutto il mondo; sei portavoce dei Commissari, con qualcuno che lavorava per due paesi, e tutte le proposte passavano da me prima di essere trasferite in Parlamento. Vaglio tutti gli ordini del giorno, ma ricevo e leggo quotidianamente quattrocento documenti dalla Commissione, altrettanti dal Parlamento e poi ancora dalla Corte di Giustizia, dal Comitato Economico e Sociale…».

I gionalisti oggi sono 1274 e la memoria ho dovuto affinarla parecchio. Per non parlare del fatto che una volta si parlava francese, mentre ora l'inglese la fa da padrone. Anche quando si avrebbe la possibilità di parlare la propria l ingua si preferisce l'inglese. Mah...».

Archivio storico vivente d’Europa

Archivio storico e umano della Commissione europea, Emilio Caruso in quarantaquattro anni ha conosciuto tutti i presidenti e i commissari che si sono avvicendati. Referente privilegiato di giornalisti e lobbisti, è conosciuto da chiunque lavori all’interno delle istituzioni per la sua incondizionata devozione alla causa europea e la sua serietà nel seguire draft e ordini del giorno.

Instancabile lavoratore , «il sabato mi piace preparare il lavoro della settimana successiva», riconosciuto da tutti, per strada e lungo i corridoi, Emilio Caruso conserva ricordi vividi di Jacques Delors: «Mi diceva sempre che lui era stato un autodidatta», e ancora del presidente belga Jean Rey: «Era piccoletto di statura, figlio di un pastore belga protestante di Liegi, di grande umanità. Io avevo sì e no 23 anni, e lo incontravo ogni mattina, perché abitava di fronte al Cinquantenaire (parco di Bruxelles che ospita vari musei e la più grande moschea del Belgio,ndr) dove lavoravo. Mi incoraggiava, dicendomi che per noi giovani l’Europa è importante».

E gli incontri con Aldo Moro e Giulio Andreotti? «Del senatore Andreotti ricordo un entusiasmo incredibile. In vista dell'adesione di Spagna e Portogallo, avvenuta nel 1985, “ci costrinse” a lavorare quarantotto ore di seguito. Momenti epici, di grande coesione e solidarietà».

Umanità e semplicità. A confronto con le giovani generazioni

Passiamo al prosaico. Mi chiedo cosa comporti seguire le orme di uno come Caruso. «Naturalmente si entra per concorso. E sono ancora duri, come ai miei tempi. Una volta come adesso. Ho notato però che i giovani davano meno per scontata questa carriera. Ci mettevano l’anima, l’entusiasmo, Ora li trovo un po' più spenti, più impostati. Meno dediti alle fatiche che questo lavoro comporta». Tuttavia, Caruso non manca occasione di intrattenersi in conversazione con i giovani funzionari e stagisti che di continuo si alternano in Commissione. Ed è a loro che ama dispensare le più affascinanti lezioni di storia e architettura, aneddotica viva e vissuta: in uno stato quasi, si oserebbe dire, e sia consentito il termine, di cosciente pura naïvité.

Foto nel testo: Delors e Rey (Parti socialiste/Flickr/European Commission Audiovisual Service), Moro e Andreotti (www.senato.it/lucacicca/Flickr)