Politica

E se Guantanamo si trasferisce in Europa?

Articolo pubblicato il 29 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 29 gennaio 2009
L’Unione europea prepara un quadro giuridico e politico affinché gli stati comunitari possano importare prigionieri da Guantanamo. Il primo a lanciare la competizione è stato il Portogallo, mentre Olanda e Austria si mostrano più reticenti. Analizziamo un caso in cui si mescolano strategie elettorali, coscienze sporche e opportunismo.

La posta in gioco è l’identità dell’interlocutore europeo di Obama: il Partito Popolare oppure i Socialisti? Si tratta di accogliere detenuti provenienti da Guantanamo per aiutare Obama a chiudere questo carcere illegale in territorio cubano, sempre che sui suddetti prigionieri non gravino pesanti capi d’accusa. È ancora da chiarire se ai detenuti verrà permesso di utilizzare lo spazio Schengen per spostarsi da un Paese dell’Unione Europea all’altro.

Il Portogallo e un lifting diplomatico “internazionale”

Il Ministro degli Esteri portoghese, Luís Amado, è stato il primo europeo a prendere l’iniziativa, desideroso di aiutare Obama a chiudere il capitolo nero dei Diritti Umani co(Foto: Helene C. Stikkel, Civ/ Wikipedia)stituito da Guantanamo. Un gesto che gli serve anche, sospettiamo, a tenersi la coscienza tranquilla e ripulire la sua immagine internazionale. Bisogna ricordare che fu l’ex Primo Ministro conservatore del Portogallo, José Manuel Durão Barroso, attuale Presidente della Commissione Europea, a far includere il Portogallo nella lista nera della riunione delle Azzorre, in cui Bush, Blair e Aznar decisero di intraprendere la guerra in Iraq nonostante l’opinione degli esperti dell’Onu e la volontà della stessa organizzazione delle Nazioni Unite, provocando una divisione senza precedenti in seno all’Unione europea. Non a caso i Paesi che hanno successivamente aderito all’iniziativa sono stati Spagna e Regno Unito.

E uno “europeo”

Tuttavia questa mossa diplomatica, può essere letta anche in chiave di politica europea. È risaputo che il Partito Popolare europeo, con il suo capofila nel Parlamento al fronte, Joseph Daul, intrattiene da mesi intense relazioni con la squadra di Barack Obama, per convincerlo che, all’interno del quadro politico euro-atlantico, l’interlocutore di fiducia del democratico nordamericano sia il Partito Popolare europeo, e non i liberali, né i socialisti, come in un primo momento poteva apparire più logico. Di fatto, il principale alleato dei Popolari europei nell’attuazione di questa strategia è niente di meno che il Premier britannico, il laburista Gordon Brown, il cui interesse immediato a livello europeo non è che i socialisti vincano le prossime elezioni europee, bensì che ottengano meno voti del Ppe e che i Tories (conservatori) britannici si separino da questi ultimi, come è già stato annunciato, insieme al Partito Democratico Civico ceco (Ods). In questo modo i laburisti britannici si trasformerebbero nel partito-cerniera di cui avrebbe bisogno il centrodestra europeo per continuare sulla strada delle riforme e, allo stesso tempo, Brown otterrebbe una rilevanza politica che non ha ancora raggiunto su scala europea. Per questo la sua attività di mediatore tra gli Stati Uniti e l’Europa negli ultimi mesi si è fatta frenetica: mira a spiccare all’interno dei socialisti, e a far sì che la destra conti su di lui.

Dato il panorama che si prospetta, i socialisti si vedono obbligati ad approfittare della minima opportunità per recuperare l’iniziativa agli occhi di Barack Obama e dell’elettorato che, molto probabilmente, a giugno 2009 voterà il partito che più sia vicino ad Obama. Per il momento, in tutti gli eventi ufficiali del Partito Socialista europeo si ripete il motto della sua campagna elettorale: “Yes we can”.