Politica

Diritto allo studio: una storia italiana #2

Articolo pubblicato il 21 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 21 ottobre 2013

Seconda tappa del viaggio-reportage nell'Italia del diritto allo studio, condotto dal Run (Rete Universitaria Nazionale) per Cafébabel. Il sogno a occhi aperti degli studenti italiani si infrange contro la retorica di una classe politica che guarda altrove.

Questa è la seconda parte dell'inchiesta-reportage sul diritto allo studio in Italia condotta dal RUN (Rete Universitaria Nazionale) per Cafébabel. Leggi QUI la prima parte.

A Catania, una buona parte dell'università è ospitata da un antico monastero. All'interno ci sono due chiostri e diversi colonnati bizantini. Sui davanzali dalle enormi finestre che si aprono sul verde dei giardini, i ragazzi studiano a due a due. Su una panchina incontriamo Giulia e Salvatore. Nessuno dei due, però, studia qui. Giulia, finite le superiori, ha trovato un lavoretto come cameriera: "mi sarei voluta iscrivere a giurisprudenza, qui a Catania. In teoria avrei avuto diritto alla borsa di studio: in casa solo mio padre lavora, insegna alle superiori. Ma non l'avrei mai ricevuta perché non ci sono risorse sufficienti", confessa. Purtroppo non è un caso isolato: in Italia, ogni anno, di circa 180.000 studenti che avrebbero diritto alla borsa di studio, uno su tre non ne beneficia per mancanza di fondi. Oltre 60.000 ragazzi e ragazze che vorrebbero studiare - e avrebbero diritto a ricevere un aiuto secondo la Costituzione italiana - si scoprono "idonei non beneficiari". Così Giulia, e tanti come lei, desistono: "ho preferito puntare sul lavoro, guadagnare qualcosa, piuttosto che iniziare l'Università", dice (dati www.ossreg.piemonte.it, eurostudent-italia.it, ndr.).

Il miraggio di eu 2020

Lei è soltanto una dei 58.000 immatricolati fantasma che il sistema universitario italiano ha perso per strada negli ultimi 10 anni (-17%): per dare un'idea, è come se fosse scomparso un intero ateneo di medie dimensioni. E pensare che la strategia Europe 2020 chiede ai paesi dell'Ue, compreso il nostro, di raggiungere, entro la fine del decennio, una percentuale del 40% di laureati sulla base della popolazione totale. Ad oggi però, l'Italia rimane ferma al 27% e si allontana sempre di più dall'obiettivo. 

Salvatore, invece, voleva andare a studiare in un'altra regione, uscire dal nido di casa come fanno tanti suoi coetanei in giro per il mondo. Ha scelto Fisica. "I miei non potevano mantenermi. Così ho cercato il posto dove fosse più conveniente studiare. Ho scoperto che la Toscana copre il 100% delle richieste di borsa di studio. Ho deciso di iscrivermi a Pisa; ho fatto domanda per la borsa e me l'hanno data. Non ho ottenuto l'alloggio perché ero troppo basso in graduatoria. In cambio però ricevo un consistente contributo per l'affitto e la tessera per la mensa", racconta.

Come Salvatore, molti studenti scelgono l'Università in cui iscriversi non in base alla qualità della didattica, ma guardando al sistema regionale di diritto allo studio. Il 60% dei ragazzi meridionali decide di abbandonare la propria regione per andare a studiare dove trova migliori servizi e opportunità.

PROFUMO DI PROTESTA

Lo scorso febbraio, per ovviare questo problema, il ministro dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca, Francesco Profumo, stava per emanare il decreto sui "Livelli Essenziali delle Prestazioni", introdotti dalla riforma costituzionale del 2001. Questo avrebbe dovuto definire i costi standard sostenuti dallo Stato per ogni studente, divisi in 5 settori fondamentali: alloggi, ristorazione, trasporti, materiale didattico e accesso alla cultura. La soluzione del ministero, però, non prevedeva un aumento dei fondi a disposizione, ma un restringimento della platea dei potenziali beneficiari: per ottenere una statistica di "copertura totale" e far scomparire la paradossale figura degli "idonei non beneficiari", si proponevano condizioni di accesso più stringenti. Quale sarebbe stato il risultato potenziale? Tramite una legge dello Stato, sarebbero state cancellate migliaia di borse di studio. Anche quella di Salvatore, per intenderci. 

Per fortuna, grazie alle mobilitazioni degli studenti, questo decreto non è stato approvato, ma in molte regioni la strategia rimane tutt'oggi la stessa: ridurre il numero di studenti che figurano come idonei a ricevere una borsa di studio, in modo da poter dichiarare una percentuale superiore di copertura delle borse. La parola "merito" diventa così il cavallo di battaglia per giustificare politicamente scelte restrittive e socialmente inique. Eppure il diritto allo studio ha a che fare con altri principi: è una questione di pari opportunità e di accesso al "sapere". Occorre separare i due piani, per garantirli entrambi: si possono premiare i meritevoli, soltanto se tutti hanno la possibilità di studiare. Finché questa possibilità sarà negata a decine di migliaia di studenti italiani, non potrà esserci alcuna meritocrazia nel nostro sistema universitario. Anzi: si bloccherà ogni possibilità di mobilità sociale.

Video Credits: rai/youtube