Politica

Crisi di Governo a Est: l’effetto domino parte dall’Ungheria

Articolo pubblicato il 24 marzo 2009
Articolo pubblicato il 24 marzo 2009
Le dimissioni del Primo Ministro socialista ungherese, l’imprenditore Ferenc Gyurcsany, così come la caduta del Governo ceco, proprio durante la Presidenza semestrale dell’Ue, ci dà la misura di una tendenza (di crisi)  in atto nei Paesi dell’Est.

Il secondo mandato del socialista Gyurcsany è iniziato con la peggiore delle premesse. Infatti, poco dopo la vittoria alle del 2006, la stampa diffuse delle registrazioni in cui Gyurcsany dichiarava che per vincere le elezioni avrebbe deciso di nascondere le reali difficoltà a cui versava il Paese, e per le quali si diceva molto preoccupato. L’imprenditore ungherese, sapendo che il Paese necessitava di riforme liberali, ha guidato un Governo socialista in coalizione con i liberali del Foro Democratico, non riuscendo però a convincere né sindacati né imprenditori.

I(kisdobos/flickr)l parere di tutti gli analisti, ungheresi e stranieri, consultati è unanime: il vero male del Paese è la polarizzazione politica, poiché vanifica ogni tentativo di accordo da parte del Governo con il principale partito all’opposizione, il conservatore Fidesz. Come ci spiega Georgely Romsics, ricercatore all’Istituto Ungherese per le Relazioni Internazionali, questo «si è opposto sistematicamente a tutte le proposte dei socialisti pur sapendo che non potevano essere evitate». Secondo il direttore del Think tank ungherese GKL Economic Research, Andras Vértes, il vero problema dell'Ungheria non sarebbe «il debito pubblico o il tasso di disoccupazione e inflazione – in linea con la media europea – ma la dipendenza dagli investimenti privati stranieri. Con la crisi gli investitori hanno deciso di ritirarsi dal mercato, paralizzando così l’economia ungherese rimasta a corto di liquidità». Proponendo il liberale Lajos Bokros – ex compagno di coalizione – come nuovo Premier, Gyurcsany vuole probabilmente porre fine alla feroce opposizione da parte del Fidesz che, a suo tempo, tra il 1998 e il 2002, non fu in grado di introdurre le riforme liberali in Ungheria.

Tsunami alle porte

Come dimostra l’esclusione dell’Ungheria dalla richiesta all’Ue di un piano da 600mila milioni di euro per fronteggiare la crisi, i Paesi dell’Est non formano un blocco omogeneo. Il classico scenario che evidenzia il reiterarsi di errori del passato, e che preannuncia nuove crisi di Governo all’Est. I casi più lampanti sono quelli della Repubblica ceca e dell’ Ucraina. Proprio in quest’ultimo Paese la crisi ha provocato un drastico ribasso nel prezzo del ferro e dell’acciaio (circa la metà delle sue esportazioni), smascherando così gli errori della coalizione liberale di Juščenko e Timoshenko. Alto è il rischio che forze estremiste prendano il sopravvento e incitino alla creazione del nuovo Stato con soluzioni autoritarie, come sta già succedendo in Bielorussia.

Il Governo ceco, da parte sua, non ha potuto andare oltre nell’inneggiare al nazionalismo per nascondere le carenze nella risoluzione della crisi. Martedì 24 marzo è stata presentata una nuova mozione di censura che è sfociata nella caduta del Governo proprio nel bel mezzo della presidenza semestrale europea. Gli alleati ultraconservatori non hanno accettato la ratificazione alla camera bassa del Trattato di Lisbona.