Politica

Che fine ha fatto la Germania dopo le elezioni?

Articolo pubblicato il 25 novembre 2013
Articolo pubblicato il 25 novembre 2013

Seguite con passione da un gran numero di europei, le elezioni legislative tedesche del settembre 2013 hanno suscitato interesse ben al di là dei confini nazionali. Per la prima volta, sembrava che le consultazioni potessero avere una portata europea.

Almeno è quello che osserva Ulrike Guérot, direttrice dell'ufficio berlinese del ECFR (European Council on Foreign Relations), dopo aver constatato il tasso di consultazione sorprendente (1,2 milioni di visualizzazioni, nda.) della sua analisi What Europe expects from Germany and what Germany will not do. Alle elezioni legislative del 22 settembre 2013, la cancelliera Angela Merkel, a capo del partito CDU-CSU (Unione conservatrice, nda.), é uscita vittoriosa con il 41,5% dei voti. Dovrà tuttavia venire a patti con i suoi rivali dell'SPD (Partito Social-Democratico, ndr.) per poter costituire un governo di "grande coalizione".

CATTIVE RAPPRESENTAZIONI

La rappresentazione di un'egemonia economica tedesca in Europa é ampiamente diffusa negli altri Paesi e viene allegramente veicolata dalle stampe nazionali. Mentre tutti credono che l'avvenire dell'Europa dipenda in primo luogo dalle scelte politiche tedesche, la posta in gioco attuale è piuttosto quella di sapere se l'SPD riuscirà a modificare la politica estera ed economica perseguita dalla cancelliera Angela Merkel. Niente è meno sicuro.

Secondo Ulrike Guérot, la Germania ha le sue proprie inerzie costituzionali, socio-economiche e non cambierà di molto la sua posizione nei confronti dell'Europa. Perché? In primo luogo, l'immagine di una Germania che impone la sua leadership suscita un'eco negativa nelle mentalità tedesche per evidenti ragioni storiche. Per questo, il Paese "non vede, o rifiuta di vedere, che l'Europa le é servita su un vassoio d'argento". In secondo luogo, non dimentichiamo che il Paese vive ancora come se fosse infeudata da parte degli Stati Uniti: ha riconquistato la sua piena sovranità solo a partire dal 1989. È anche per queste ragioni che il suo dominio economico non è sostenuto da una politica strategico-militare forte.

Certo, molti potranno basarsi sulle cifre pubblicate da uno studio della società di consulenza McKinsey nel luglio del 2012. Queste dimostrano che, a causa delle asimmetrie tra le economie nazionali, i guadagni generati dall'introduzione dell'euro sono stati suddivisi in modo del tutto ineguale. In 10 anni, nell'Eurozona, gli scambi economici hanno creato un valore pari a a 300 miliardi di euro: la metà è andata alla Germania, un quarto al nord Italia e un quarto agli altri Paesi membri.

NON C'É SOLO UNA GERMANIA

Ulrike Guérot segnala però che questa ripartizione causa confusione: è bene notare la disproporzione che c'è tra il successo economico attribuito alla Germania in questo studio e la realtà effettiva della Germania di oggi.

La verità è che non ci sarebbe una sola Germania, ma ben tre. La prima si trova a est ed è povera. La seconda, a ovest: l'esempio di turno è la regione della Renania che, sebbene prosperante in altri tempi, oggi risente ancora dei costi della riunificazione (in particolare, in questa regione si è manifestata una decadenza delle infrastrutture dei trasporti). Infine, c'è la Germania del sud, ricca ed esportatrice, che resta la sola ad aver beneficiato dei guadagni generati dall'introduzione della moneta unica.

È impensabile che la Germania possa supportare i problemi economici dei suoi vicini. La Germania non ha per il momento né l'ambizione, né i mezzi, per assumersi questo ruolo paternalista. Sebbene l'SPD abbia colto l'ampiezza delle lamentele degli altri Stati europei verso la politica tedesca - la Germania è accusata di effettuare una sorta di dumping sociale non mantenendo i salari in linea con la produttività,- esso gode di un margine di manovra debole. Il funzionamento economico e sociale tedesco non può essere modificato così facilmente, ancor meno nell'ambito di una coalizione tra partiti avversari. Sarà quindi difficile per l'SPD inserire tutti i suoi obiettivi (tra cui l'aumento del salario minimo a 8,50 euro l'ora) nel contratto della grande coalizione.