Politica

Bielorussia, elezioni senza rivoluzione

Articolo pubblicato il 21 marzo 2006
Articolo pubblicato il 21 marzo 2006
“Né libere, né eque”. Per i cinquecento osservatori dell’Osce inviati alle elezioni bielorusse del 19 marzo scorso, la vittoria di Lukashenko è tanto netta quanto sospetta.

La netta vittoria raccolta dal Presidente bielorusso Lukashenko non ha potuto essere controllata dagli osservatori internazionali, che per legge non potevano essere presenti allo scrutinio dei voti. Per l’opposizione, guidata da Alaksander Milinkevic, la percentuale dei voti destinati a Lukashenko non sarebbe superiore al 45%. Con questo risultato ci sarebbe stato un ballottaggio.

«Zhivie Belarus!»

La Piazza d’Ottobre, dopo la pubblicazione degli scrutini da parte del Comitato elettorale centrale, ricordava la Piazza di Kiev della Rivoluzione arancio, nell’inverno 2004. In quest’ultima occasione, però l’arancione è stato sostituito da una marea di bandiere nazionali bianche e rosse, proibite dal governo, e da distintivi con le stelle dell’Unione Europea. Tra le esclamazioni “Ganbà!” (vergogna!) e “Zhivie Belarus!” (Viva la Bielorussia!), diecimila persone hanno sfidato temperature gelide. E le minacce dello stesso Lukashenko, che qualche ora prima aveva dichiarato che avrebbe trattato come “terroristi” coloro che avessero manifestato dopo la proclamazione del vincitore delle elezioni. Circondati da camion della polizia e dal Kgb (il Servizio Segreto di Sicurezza bielorusso conserva ancora l’inquietante nome dell’era sovietica), la protesta popolare è stata la più grande del Paese. Anche se le cifre dei manifestanti si sono già dimezzate della metà il pomeriggio del lunedì, e anche senza la quantità di accampamenti né i blocchi del traffico che avevano caratterizzato l’inverno di Kiev.

Tempesta internazionale

Ma se le proteste a Minsk si sono già placate, una tempesta è scoppiata all’interno della comunità internazionale. L’Ue non è rimasta indifferente di fronte all’evolvere degli eventi e alle manifestazioni contro il potere, liquidate con l’arresto di dozzine di attivisti e con la deportazione di osservatori, oltre al sequestro di media, come il quotidiano Narodnaia Volia (Volontà del popolo). Il Segretario generale del consiglio europeo, Terry Davis, non ha esitato a definire le elezioni “una farsa elettorale”, mentre il Ministro degli Esteri austriaco, paese che detiene la presidenza di turno dell’Ue, Ursula Plassnick, ha dichiarato che i bielorussi hanno votato in un chiaro clima di “terrore”. Mentre dall’America, che nel 2005 aveva inserito la Bielorussia tra i paesi del cosiddetto “Asse del Male”, arriva l’appello a nuove elezioni da parte del portavoce della Casablanca, Scott McClellan.

Dall’altra parte del pianeta, nel frattempo, la Russia e la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) si sono affrettati a “complimentarsi con il presidente”, ricordando la legittimità del suo mandato ed elogiando la trasparenza della giornata elettorale.

Alcuni paesi, quali Germania e Polonia, preferirebbero la linea dura contro il governo di Lukashenko. Ma gli intenti dell’Unione Europea sarebbero volti alla semplice proibizione dei visti ai responsabili del governo e all’isolamento nella comunità internazionale. Nelle istituzioni europee non è contemplata la possibilità di non riconoscere il Presidente come “eletto”, né quella di applicare sanzioni economiche (nel 2005 la Bielorussia ha ricevuto più di nove milioni di euro in aiuti europei). Con queste prospettive, per coloro che aspettavano con ansia una nuova rivolta a colori, il ritratto di queste elezioni si tinge di grigio.