Politica

Ariana Burstein: «I festival di musica classica in Europa sono antiquati»

Articolo pubblicato il 09 agosto 2008
Articolo pubblicato il 09 agosto 2008
Intervista con la violoncellista, nata a Buenos Aires e che vive in Germania da 30 anni. Con il compagno, Roberto Legnani cerca di cambiare la concezione della musica da camera unendo chitarra e violoncello.

Berlino, quartiere di Kreuzberg, la strada si chiama Bergmannstraße: duecento metri di multiculturalità pieni pub hyppie, negozi e turisti. Nelle vicinanze c´è il Viktoria Park a offrire relax. Ai piedi di un’antica tenuta di famiglia, si trova una cantina dalla quale vengono gestite le artistiche cascate del parco. «Stona e fa rumore, spero che non si senta nella registrazione», commenta con prudenza Ariana Burstein. La violoncellista siede sotto le luci dei riflettori della Sala delle Feste del ristorante, che è anche una sala per concerti. Fuori ci sono 28 gradi nella sala almeno 40. Ariana Burstein e il suo partner, il chitarrista Roberto Legnani, vengono filmati da quattro cameraman.La Burstein si accende una sigaretta, tira con gusto e poi la lascia getta: «Prima ne fumavo un pacchetto al giorno. Ma da sei settimane bastano due tiri. Così fumo solo due sigarette al giorno. Roberto ha smesso del tutto. Deve essere sempre radicale: o così o niente», ride. L´eye-liner nero che mette ai concerti si confonde con i segni delle risate. La nostra chiacchierata si evolve in spagnolo, con alcune parole che restano in tedesco.

Il violoncello incontra la chitarra

Entrambe i musicisti sono diplomati in musica classica. Ariana Burstein, cresciuta tra Argentina e Israele è stata, tra l´altro, violoncello solista nell´orchestra di Bremerhaven, prima che lei e Legnani costruissero, nel 1996, il loro duetto. «Sai, ho provato entrambe: musicista d´orchestra e solista» dice Ariana Burstein. «I musicisti nelle orchestre si arrabbiano sempre per il troppo poco denaro e per i contratti solo a tempo. Ma non c'è paragone: si guadagna abbastanza e si hanno sicurezze. Ma come solista, non si hanno limiti». Ed è proprio questa libertà che stuzzica il duetto. Nessuno prima ha mai combinato un violoncello e una chitarra per fare musica da camera. Ed ecco perché non esistono spartiti che, infatti, Legnani e la Burstein, si scrivono da soli. «Quando abbiamo cominciato, molti colleghi ci hanno preso per pazzi. L´idea iniziale era quella di dare corsi di musica da camera come interpretazione ”meno classiche”. Allo stesso modo, i festival di musica classica in Europa sono scettici e antiquati. Perseverano nelle tradizionali interpretazioni della musica da camera, cioè quartetto d´archi oppure un violoncello con pianoforte».

Folk da camera?

Gli elementi spagnoli nella musica della Burstein, provengono dalla sua voglia di viaggiare, dice la violoncellista. Il programma del primo concerto era composto da musiche popolari e musiche classiche, provenienti da tutto il mondo: «Roberto, per esempio, elaborava per noi la musica della Corea del Sud. Si capì subito che i suoni spagnoli rinascimentali e barocchi, fino a quelli del Ventesimo secolo; colpivano i nostri spettatori». Da quel momento, i loro concerti sono così richiesti che sia nel 2000 che nel 2007 hanno ricevuto, dal Presidente della Repubblica tedesco, il Kulturförderpreis (premio per l´incitamento alla cultura). 

«Secondo me, la chitarra e il violoncello si completano meravigliosamente. Entrambe strumenti a corda, con storie molto antiche. La chitarra si è sviluppata dall´antica lira. Nella Torah si parla di ”kinor“. Alcuni credono che venisse già sfiorata con un archetto, mentre altri pensano che venisse pizzicata. A ogni modo, si chiama ´violino´e in Ebraico, fino a oggi, “kinor”».Roberto Legnani e Ariana Burstein sono entrambi ebrei praticanti. Prima Roberto si toglieva la kippah dei durante i concerti. «Poi un giorno gli ho chiesto il perché, visto che la porta sempre». E ora la usa. 

«Forse la mia patria è la mia religione»

Alla domanda, cosa vuol dire per lei la patria, chiude leggermente gli occhi. «È difficile dirlo. Forse la mia patria è la mia religione. Non sono più argentina, me ne sono andata a 14 anni. Dopo poco tempo in Uruguay siamo andati in Israele. Con questa terra m’identifico fortemente, ma detto onestamente: non ci volevo vivere. Innanzitutto, mi sarebbero mancate le opportunità di lavoro. Il Paese è piccolo anche se la musica occupa un posto importante. E inoltre, il ritmo della vita è troppo frenetico. Ho bisogno di tranquillità, come nel paesino nelle vicinanze di Strasburgo per esempio, dove viviamo».

Cosmopolita: una descrizione con cui si ritrova la Burstein. «Con mia madre parlo spagnolo, con le mie sorelle parlo ebraico. Ho vissuto per qualche anno proprio a Strasburgo e parlo francese molto volentieri. E sì, sono in Germania da trent’anni e riesco a farmi capire anche in italiano e in inglese». E attraverso il violoncello. 

Poche ore dopo, la stanza si riempie. Ci sono anche un paio di studenti. Roberto Legnani gli fa cenno di venire in prima fila. Durante il corso del concerto, celebrano entrambi la loro «musica dei toni dolci», come la chiama lei. Durante il Concierto de Aranjuez‚ Ariana Burstein guarda furbescamente dietro il cavalletto del violoncello. Tocca le corde leggermente e, di colpo, lo strumento suona come una chitarra.