Politica

Anders Fogh Rasmussen: «La Danimarca usa già l’euro, solo che lo chiama Corona»

Articolo pubblicato il 12 novembre 2008
Articolo pubblicato il 12 novembre 2008
Il Primo Ministro danese è stato la stella del congresso annuale che ha riunito i Liberal europei a Stoccolma il 30 e 31 ottobre per preparare la loro strategia in vista delle elezioni europee di giugno del 2009. Si discute di Eurozona, di allargamento e delle 65 ore lavorative settimanali.

«Il valore di cambio della moneta danese con l’Euro non può fluttuare oltre il +- 2,25%. Usiamo l’euro, ma lo chiamiamo corona», spiega Rasmussen, convinto che presto il suo Paese entrerà nell’Eurozona. Rasmussen è il massimo esponente di una generazione di liberal che alla fine ha raggiunto il potere in Europa con il nuovo secolo. Di fronte alla crisi, sostiene «che la finanza necessita più regole e più trasparenza. Non più governo, ma un governo migliore».

«La finanza necessita più regole e più trasparenza. Non più governo, ma un governo migliore».

Insiste sul fatto che ogni individuo deve essere giudicato per i suoi meriti e che la libertà d’espressione è sacra: «Se non avessimo difeso i caricaturisti di Maometto del Jyllands Posten avremmo abbandonato i principi della democrazia europea. L’autocensura è l’eliminazione del dibattito. Immagini quanti musei bisognerebbe chiudere, quanti gruppi di musica zittire; Galileo o Darwin avrebbero dovuto abbandonare le loro ricerche e i Monty Pyton non avrebbero potuto girare Bryan di Nazareth. L’Ue deve difendere con più forza le libertà individuali, dato che i Diritti Umani non sono fatti per difendere le religioni della critica e del dibattito».

Quali sforzi sta affrontando il suo Governo perché la Danimarca entri nella zona euro?

«Voglio che la Danimarca entri a far parte dell’euro, ma per far ciò la nostra Costituzione esige l’approvazione mediante un referendum. Vogliamo indirlo durante questo mand(Funchye/flickr)ato (2007-2011). Nel Paese esiste adesso un dibattito aperto che analizza l’impatto della crisi finanziaria nell’economia danese e il costo economico e politico del non appartenere all’eurozona. Qual è il costo economico? Mi riferisco al fatto che la banca centrale danese ha dovuto alzare i tassi d’interesse del denaro per difendere il valore della Corona, frenando il consumo e l’economia. Quello politico, invece, è il fatto che l’eurogruppo ha preso decisioni congiunte per salvare le banche e l’economia della zona euro. Sono decisioni che appoggio, e che influiscono sull’economia danese senza che i danesi possano metterci bocca».

È il nazionalismo ad impedire alla Danimarca di procedere più speditamente verso l’euro?

«Il popolo danese figura come uno dei più euroentusiasti dei ventisette. Il referendum indetto nel 2000 per accedere all’euro ci disse che un 53% dei cittadini contrari all’euro. I dati in mio possesso indicano che al momento esiste una maggioranza favorevole. La crisi finanziaria ha molto a che vedere con questo risultato. Fino ad ora, i benefici di stare nell’eurozona erano pura teoria, mentre adesso sono palpabili». 

«65 ore settimanali sono molte ore»

Non le risulta più difficile essere liberal da quando è iniziata la crisi finanziaria?

«La crisi è una sfida per i liberal europei. Ci sono interventisti e protezionisti, per non parlare dei socialisti, che vogliono usare la crisi per introdurre ostacoli commerciali che proteggano le proprie industrie nazionali. Ma quello che bisogna fare è migliorare le regole dei mercati finanziari senza abbandonare i principi del libero mercato».

(*Yvonne*/flickr)

Crede che la flexsecurity, quest’invenzione danese che mette insieme il licenziamento senza giusta causa con la formazione continua e forti servizi per la disoccupazione, sia esportabile al resto dell’Ue?

«Dovrebbe, ma è difficile duplicare il modello. Un esempio: in Danimarca l’80% dei lavoratori sono affiliati ad un sindacato e i sindacati hanno molta forza per negoziare i contratti collettivi, inoltre sono molto a favore della globalizzazione. Al contrario in Francia, solo l’8% dei salariati è nei sindacati, che sono deboli e poco razionali nelle loro richieste. Ciò richiederebbe in Francia una grande partecipazione del Governo, non necessaria in Danimarca».

Cosa pensa del dibattito in Parlamento europeo sulla possibilità di aumentare a 65 ore la settimana lavorativa in alcuni casi?

« L’Ue deve difendere con più forza le libertà individuali, dato che i Diritti Umani non sono fatti per difendere le religioni della critica e del dibattito»

«65 ore sono molte ore. Quello che succede nel nostro sistema di flexsecurity è che il Governo non ha niente da dire riguardo alla settimana lavorativa. Tutto si decide mediante il dialogo sociale tra lavoratori e imprenditori. È l’essenza della flexsecurity: niente di centralizzato. Non credo che spetti al governo dire quanto deve lavorare un impiegato».

Deve essere approvato il Trattato di Lisbona prima di continuare con l’allargamento dell’Unione?

«La Croazia è il primo della fila. Teoricamente non ce ne sarebbe bisogno, ma il Trattato suggerisce tra le righe di approvarlo prima di ampliare ulteriormente l’Ue.

E la Turchia?

«La mia posizione rispetto alla Turchia è che deve essere trattata come qualsiasi altro paese candidato: se raggiunge le condizioni oggettive per l’adesione – i cirteri di Copenaghen – entri pure. Rafforzare le relazioni tra l’ Ue e la Turchia sarebbe molto vantaggioso, ma non ci devono essere scorciatoie per chi vuole entrare nell’Unione».

Lei ha parlato di un esercito europeo...

«Non ho usato questo termine e le parole sono importanti. Quello che approvo è la creazione di una forza militare europea alla quale contribuiscano i paesi dell’Ue che lo desiderano come si fa nella Nato. La difesa continuerebbe ad essere di competenza nazionale e gli Stati contribuirebbero in maniera volontaria a questa forza di azione rapida per il mantenimento della pace per esempio in Africa...»

...o in Ucraina se dovesse accadere qualcosa?

«Beh, lì dipende, non è così evidente. Ma nei Balcani sì. Oggi è la Nato che opera in Kosovo, ma potrebbe lasciare il passo ad una forza dell’Unione europea».