Palermo

The Father Of A Son 

Articolo pubblicato il 04 marzo 2016
Articolo pubblicato il 04 marzo 2016

Nel 2002 il gruppo glam rock The Ark si trovava all'apice della carriera dopo il fortunato singolo It Takes A Fool To Remain Sane. In realtà molti dei testi del gruppo cresciuto musicalmente a Malmo, parlavano dei diversi, degli emerginati e delle vittime dell'omofobia. Ma uno in particolare non sarebbe passato inosservato perché precursore dei tempi, mentre oggi in Italia...

«Un giorno diventerò il padre di un figlio, Halleluja, Halleluja, Halleluja!». Era il 2002 e l’opinione pubblica svedese discuteva sull’adozione gay, ma il 25enne Ola Sato, eccentrico frontman della band The Ark era sicuro e urlò in radio che anche un gay un giorno sarebbe diventato padre. In Italia lo avevamo visto con abiti succinti e un look sfrontatamente bisessuale sul palco del Festival Bar 2001, mentre dichiarava al mondo caotico della società moderna che "It takes a foul to remain sane", "ci vuole un pazzo per rimanere sano". Ma è con Father Of A Son, che la band cresciuta musicalemte a Malmo, ha scritto manifesto musicale del diritto di amare e di avere figli, per tutti.    

The Ark, The Father Of A Son, tratto dall'album In Lust We Trust (2002)

Un ritornello che non lasciava dubbi sul futuro, anche con quegli Halleluja quasi liturgici, un messaggio velato per la Chiesa. Un messaggio coraggioso contro i soloni che pensano che i bambini adottati da una coppia omossessuale "saranno trattati male a scuola", perchè questo significa che si "lascia decidere le regole ai bulli [...] Perché se combatti l'amore sei un perdente". Fino alla promessa finale: «E forse sono gay, ma posso dirti subito che diventerò un padre migliore di tutti voi».  

«Comporre Father Of A Son voleva dire per noi entrare nel vivo del dibattito e dare una risposta piena e consapevole di come le società devono convivere con nuove familiarità, sane quanto quelle tradizionali», diceva Sato il cantante ad un’intervista pubblicata su Gay.it lo stesso anno. 

Sono passati 14 anni e in Italia infuria un dibattito complesso e a tratti violento e schizofrenico sulla stepchild adoption, anglicismo astruso, forse all’origine della confusione che regna su un dibattito pubblico drogato, da troppe informazioni (e polemiche). Ora, l’Italia non è la Svezia, ma questa canzone è del 2002. Un anno dopo a Stoccolma l’adozione sarebbe stata riconosciuta, le unioni civili lo erano già dal 1995, mentre il matrimonio fu legalizzato nel 2009. Nel frattempo i primi bambini adottati in Scandinavia sono diventati degli adolescenti, mentre i coetanei italiani... Sono rimasti orfani.