Palermo

Tall Tall Trees: una rivoluzione folk a suon di banjo(-tron) 

Articolo pubblicato il 17 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 17 febbraio 2016

Dopo un tour durato quasi ininterrottamente per tre anni e gli ultimi otto mesi passati nei boschi a registrare il suo terzo disco, Tall Tall Trees e il suo banjo approdano finalmente in Italia, con un concerto al Bolazzi di Palermo questo mercoledì sera (17 febbraio n.d.r.). 

Tall Tall Trees, al secolo Mike Savino, non potrebbe essere più lontano dallo stereotipo comune del musicista folk suonatore di banjo. Con due album all'attivo - Tall Tall Trees (2009)Moment (2012) - ed un EP che ne preannuncia un terzo - The Seasonal (2014) - tutti resi disponibili su bandcamp ed altre piattaforme, Mike è riuscito in pochissimo tempo a reinterpretare in modo radicale lo strumento forse più tradizionale della musica folk: modificandolo al punto da indurre i fan a ribattezzarlo col nome fantascientifico di "banjotron". È grazie a questo innovativo sistema di pick-up e a un fantasioso fantasioso utilizzo di loop station ed effettistica  che nasce il sound folk sperimentale di Tall Tall Trees: ironico, divertente, sorprendente, singolare. Un progetto complesso che trova Mike quasi costantemente on the road per far conoscere la sua musica: dai piccoli pub al David Letterman Show,  dalle performance come solista a quelle in compagnia di artisti affermati come il violinista Kishi Bashi, amico e collaboratore. Con il suo attesissimo tour italiano, e in attesa del concerto del 17 febbraio al Bolazzi Bistrot di Palermo, Cafébabel si è fatto raccontare la rivoluzione musicale di questo moderno one-man-band.

cafébabel: Prima di tutto, ci piacerebbe sapere qualcosa in più su di te. Chi è Mike Savino e com’è nato Tall Tall Trees?

Mike: Tall Tall Trees è un progetto che è nato un po’ per gioco, con un disco registrato nel mio appartamento a New York nel 2009. In realtà sono diplomato in basso e contrabbasso, il banjo l’avevo suonato un po’ al college, ma non l’avevo mai studiato seriamente. Al tempo lavoravo come musicista di appoggio per tour di altre band, e in questo modo mi sono trovato in viaggio per il nord del Brasile, dove a ogni angolo incontravo fantastici musicisti di strada che suonavano folk locale: ovviamente il mio basso elettrico era assolutamente inutile in quella situazione! Così ho comprato un banjo-cavaco brasiliano e ho iniziato a suonare con loro. Una volta tornato a New York ho cominciato a scrivere musica senza riuscire più a fermarmi e la mia musica ha iniziato ed essere conosciuta e a piacere sempre di più. La seconda volta sono tornato in Brasile con il mio bluegrass banjo: è stato un successone! (ride)

cafébabel: La musica che suoni infatti è un genere indie folk con tinte tipiche del bluegrass country, ma giochi molto anche con stili e suoni presi in prestito da regioni del mondo geograficamente distanti fra loro. Che cosa definisce il tuo sound e dove trovi la tua ispirazione?

Mike: Sì, il mio sound era decisamente bluegrass agli inizi, anche se poi è andato cambiando nel tempo. Per me il filo rosso è sempre stato il banjo: è uno strumento con grandissime potenzialità, eppure la maggior parte delle persone ne associa il suono a una tipologia di musica molto specifica. La mia missione è quella di cambiare questo stereotipo, ridefinire il genere di musica suonato col banjo e vedere fino a dove posso spingere lo strumento nella ricerca di nuovi stili. Sono influenzato da moltissimi generi: jazz, musica sperimentale, folk americano, bluegrass, ma anche musica dal mondo. Sono rimasto affascinato dalla musica brasiliana, ma ugualmente amo i ritmi africani, il gipsy, il balcanico, la musica araba. Di recente anche l’elettronica è entrata nelle mie composizioni, grazie all’uso del looping... ma, qualunque sia l’approccio stilistico, la cosa principale per me resta la canzone.

cafébabel: Sicuramente i tuoi pezzi sembrano dare un’enorme importanza al testo. Che storie racconta la tua musica?

Mike: La maggior parte dei testi si ispira alle mie esperienze e sono quelli che preferisco perché sento di raccontare una storia vera. Sono molto pignolo nello scrivere, perché cerco di esprimere il più fedelmente possibile quello che sento e penso. Molte delle mie canzoni più recenti parlano della ricerca di un posto che sia casa in un mondo che è in continuo movimento. Alcuni sono nati durante le registrazioni del mio ultimo disco ancora inedito, Free Days: otto mesi trascorsi in una casa sperduta nei boschi della Carolina, quasi senza contatti umani. È sicuramente un’esperienza che aiuta a guardarsi più a fondo e comprendere se stessi.

cafébabel: Anche il modo in cui produci i tuoi dischi è particolare. Innanzi tutto, sia quest’ultimo lavoro che quello precedente sono stati resi possibili da campagne di crowfunding su Kickstarter e Pledgemusic. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Mike: In generale mi è piaciuto moltissimo e in entrambi i casi è stato più che un successo. È fantastico vedere che il tuo pubblico ti sostiene, non solo venendo agli spettacoli ma anche investendo nel tuo progetto. Condivido molte informazioni con i miei donatori, cerco di coinvolgerli il più possibile e di tenerli aggiornati. Quando viaggio mi capita anche di incontrarli agli spettacoli e di passarci del tempo assieme: è una bellissima comunità, quasi una famiglia, ti fa sentire bene.

cafébabel: Anche la tua etichetta, la Good Neighbor Records, è stata fondata da te con una start-up. Che cosa offre questa scelta rispetto ai canali tradizionali dell’industria musicale?

Mike: Al giorno d’oggi, a meno che tu non sia molto fortunato, è difficile trovare qualcuno che voglia investire in un artista sconosciuto. Anche se firmi con una grande etichetta, puoi venire facilmente scaricato: è una questione di business. Per me è stato un modo per creare un canale attraverso cui filtrare la mia musica. A causa degli impegni crescenti pubblicherò il prossimo album con un’etichetta più grossa, ma sono convinto che l’esperienza fatta finora sia stata fondamentale. Per essere un vero artista devi conoscere tutti i risvolti della tua arte: saper organizzare i tuoi tour, registrare e finanziare i tuoi dischi, capire come funziona il marketing. Ogni aspetto è importante.

cafébabel: Anche per quanto riguarda la registrazione dei tuoi dischi, infatti, sembri preferire il fai-da-te…

Mike: Decisamente. Ho lavorato in studio in passato, con tecnici e ingegneri del suono, anche Moment è stato registrato lì. Ma per questo ultimo disco sono tornato all' home recording perché è una dimensione che ti concede maggiore spazio e tempo per creare – e per crearlo come vuoi. Durante la registrazione amo sperimentare con tutto quello che mi passa per la mente: quando sei in uno studio che paghi a giornata rischi meno, perché senti di dover produrre qualcosa in quel limite di tempo. Registrando in un ambiente tuo, c’è meno pressione e più possibilità che accada la magia.

cafébabel: La cosa più particolare della tua musica è però l’incredibile rapporto che hai instaurato con il tuo strumento, al punto di modificarlo in qualcosa di completamente nuovo: quello che i tuoi fan hanno ribattezzato “banjotron”. Puoi spiegarci come funziona?

Mike: (Ridendo) il “banjotron” è il prodotto di anni di tentativi e moltissimi sbagli, e come ogni invenzione risponde ad una necessità. Per il suono uso una combinazione di diversi pick-up, in particolare un pick-up da chitarra elettrica e un microfono, che fondo per creare un suono organico. Allo stesso tempo questo mi permette di utilizzare distorsioni, filtri e cambi di ottave attraverso i pedali, così come di suonare percussioni o basso o sintetizzatore tutto con lo stesso strumento. Il che è perfetto nel mio caso, perché mi consente di creare un sound pieno e vario portando con me un’attrezzatura molto limitata.

cafébabel: Hai parlato di una risposta a delle necessità. Quali erano le tue?

Mike: Specialmente l’aspetto ritmico e il looping. Non ho mai voluto essere un musicista acustico – la mia musica, quella che sento nella mia testa, va molto oltre. Avevo bisogno di trovare un modo per realizzarla. Un elemento importante erano le percussioni: volevo costruire ritmi trascinanti e ipnotizzanti come quelli della musica africana. Così sono diventato un percussionista di banjo. Il looping, invece, mi permette di creare ritmiche molto complesse in modo semplice e di usarle per dare corpo alla mia musica. Comunque rimane una tecnologia del tutto analogica: mi piace lasciare spazio agli errori e ce ne sono molti, ma a volte sono la cosa migliore che fai (ride).

cafébabel: Per finire cosa puoi dirci di questa esperienza del tour? Com’è girare l’Europa e in particolare l’Italia?

Mike: Amo essere in tour, perché amo suonare e incontrare persone. Sono molto curioso delle altre culture, e voglio vedere quanto più possibile del mondo finché posso. Viaggio da solo la maggior parte del tempo, da tre anni sono praticamente senza casa, ed è un’esperienza che mi ha molto segnato. Inoltre gli incontri che faccio sono una continua fonte d’ispirazione: ieri, dopo il mio concerto, ho passato tre ore a suonare musica folk locale con musicisti siciliani. È un’esperienza che arricchisce più di qualunque pezzo ascoltato in radio. Essere in tour in Europa è fantastico anche per tutta la storia e le vite che sono passate in questo continente, ed essere in Italia è un’esperienza particolarmente emozionante per me: tutta la mia famiglia è originata da immigrati italiani, di Acquaviva delle Fonti in provincia di Bari e di Caltanissetta qui in Sicilia. Da ragazzino lavoravo nella forneria italiana dei miei nonni, pulendo i pavimenti e le teglie dove cuocevano i cannoli. Essere qui, mangiare vero cibo italiano e ascoltare la lingua, è un ritrovare le mie radici e mi rende indicibilmente fiero. Il concerto a Palermo sarà sicuramente una festa: ogni notte lo è stata dal mio arrivo!

cafébabel: Noi saremo presenti a festeggiare con te, come sicuramente lo saranno molti dei nostri lettori!