Palermo

Non possiamo più restare in "Silencio" 

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 10 febbraio 2016

In collaborazione con il Palermo Youth Centre (PYC) abbiamo deciso di riproporre e proiettare il docufilm del giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni e del regista Massimo Cappello. Silencio (2014) è un viaggio nel Paese che uccide i suoi reporter, e un omaggio a chi mette a disposizione dei suoi concittadini e della libertà la propria vita. Alla ricerca della verità che disturba il potere.  

«Sono a Città del Messico da pochi giorni e mi hanno fatto il conto dei giornalisti assassinati in questo paese dal 2000: 80. Più di quanti ne siano stati uccisi in Iraq (71), più di quanti ne siano stati uccisi in Vietnam (66), più di quanti ne siano stati uccisi durante tutta la Seconda Guerra mondiale (68)». Il sole è quello delle giornate scandite dallo stereotipo della siesta per difendersi dal gran caldo. Ma non è un viaggio tra le meraviglie del Golfo o quelle dello Yucatan, bensì una discesa agli inferi del Paese dei reporteros desaparecidos, inviati di guerra in casa loro. 

Silencio è un tuffo nei meandri di quel Messico violentato dal narcotraffico e dalla corruzione, che ci aveva raccontato Roberto Saviano nel suo Zero Zero Zero o di cui ci siamo accorti quando abbiamo letto delle spettacolari catture e fughe di Joaquìn Guzman, in arte El Chapo. Vicende violente e tristi che si risolvono nel mistero e appunto nel silenzio. Se è morto se la sarà cercata, oppure sono storie di sesso e di "corna", come racconta la voce narrante. Insomma insabbiamenti già visti anche da queste parti, il Mezzogiorno che non riesce a liberarsi definitivamente dal giogo delle mafie. Così Attilio Bolzoni e Massimo Cappello ci portano anche nella Little Italy della Riviera Maya, costruita con il sudore di tanti italiani onesti, ma anche con il riciclaggio del denaro sporco che le cosche e i cartelli ricavano dal traffico internazionale di droga. Ma anche l'Italia degli anni 2000 ha il suo piccolo Messico: la Calabria e in particolare la Locride, Reggio, Gioia Tauro, dove molti reporter portano avanti delle grandi inchieste ottenendo in cambio minacce, intimidazioni e attentati.

L'anno scorso, quando il docufilm è stato presentato, il mondo era ancora sconvolto dalla scomparsa dei 43 studenti messicani di Iguala, nello stato di Guerrero, colpevoli di avere protestato contro la corruzione dilagante del Paese. Mentre scrivo è stato trovato da poche ore il corpo di Anabel Flores Salazar di Veracruz, la sedicesima vittima da quando si è insediato Javier Duarte. 

Ma oggi, questo lavoro di inchiesta torna di grande attualità per la tragica e misteriosa vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e barbaramente assassinato al Cairo, perché forse nel corso dei suoi studi sull'attivismo per i diritti dei lavoratori aveva toccato qualche filo scoperto nel Paese guidato dal generale Al Sisi.   

Di giornalismo si muore 

Come i desaparecidos messicani, le penne coraggiose della Locride e dell’Aspromonte, anche Regeni fa parte di quel gruppo sventurato di persone che cercano la verità e che spesso finiscono in un fosso. In silenzio. E con l’effimero riconoscimento della gloria in una breve pagina di storia, per chi non ha le spalle sufficientemente coperte o robuste. Per chi non è abbastanza famoso al grande pubblico e quindi intoccabile per il rumore mediatico che susciterebbe il suo sacrificio. Il ricercatore friuliano apparteneva poi ad una generazione definita con mille epiteti (millennials, Y, Erasmus, generazione "perduta") e spesso incompresa, per il suo modo diverso di stare al mondo e di viverlo senza confini e punti di riferimento. O almeno apparentemente, perché dei punti fermi ci sono: la curiosità e la libertà. Quella che ha spinto la giovane fotografa francese Camille Lepage a fare il suo ultimo scatto in Repubblica Centrafricana, dove è stata uccisa a soli 26 anni

Su tutto questo infine regna un dato. Di giornalismo non sempre si vive. Nella moltiplicazione dei canali e nella crisi della carta stampata e del suo modello di business, molti reporter non arrivano alla fine del mese. Ma è certo che si muore, nonostante le news al tempo di internet inondi 24 ore su 24 la nostra vita e ne scandisca il ritmo. Il "bollettino di guerra" di Reporter Senza Frontiere (RSF) per il 2015 ha contato 110 reporter uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro. Ebbene, 43 di loro sono morti in circostanze misteriose e 27 erano dei cosiddetti citizen journalist, ovvero non professionisti. Al contrario di quanto si possa pensare nell'anno dell'ISIS, che insieme al narcotraffico è il pilastro della premiata ditta della mattanza delle macchine da scrivere, solo un terzo di loro hanno perso la vita in zone di guerra, mentre il resto di loro si trovava in paesi. RSF ha chiesto alle Nazioni unite una serie di misure per proteggere i giornalisti minacciati, forse basterebbe cominciare a leggere, denunciare e rompere un silencio sempre più assordante.