Palermo

Isabelle Huppert, femme fatale in "Elle"

Articolo pubblicato il 24 marzo 2017
Articolo pubblicato il 24 marzo 2017

Venticinque anni dopo Basic Instinct, il regista olandese Paul Verhoeven torna con un thriller elegante e perverso in cui giganteggia la prova attoriale di Isabelle Huppert, sempre più musa del cinema d'autore e di qualità.

Chi è oggi la più grande attrice francese? Il grande pubblico è forse pronto a eleggere la bella e giovane Marion Cotillard, confortato dalle recenti prove in È solo la fine del mondo di Xavier Dolan e Allied di Robert Zemeckis. I cinefili più attenti e ‘stagionati’ quasi sicuramente propenderanno per Isabelle Huppert, 63 anni. Non solo per i riconoscimenti arrivati di recente, dal Golden Globe al César come miglior attrice, ma per una carriera irreprensibile che già nel ’72 la impegnava come testimone del triangolo amoroso Cesàr et Rosalie di Sautet e nel corso del tempo l’ha vista divenire Emma nel Madame Bovary di Claude Chabrol (1990) e La Pianista ossessiva e sfrontata di Michael Haeneke (2001).

Queste ed altre esperienze spiegano la sua straordinaria performance in Elle di Paul Verhoeven, intricato thriller hitchcockiano (impossibile non pensare a La Finestra sul Cortile) che gioca molto sulla misura e la sobrietà del linguaggio filmico scelto per trattare temi torbidi, legati alla violenza e alla sessualità.

Dopo una lunga assenza dalle scene, Verhoeven ritorna mettendo un deciso freno formale agli effetti speciali con i quali si è cimentato in Atto di Forza, Robocop e Starship Troopers, e se in Elle di tanto in tanto esplode la computer grafica dei videogame che Michéle (Huppert) produce nell’azienda che dirige, si tratta di un modo originale per affermare che il film è stato cucito addosso alla Huppert e vive del suo algido controllo recitativo, alternato a improvvise pose farsesche.

La storia si apre con uno stupro in una raffinata abitazione borghese, il gatto unico testimone dell’accaduto. Straniante è la reazione di Michéle, che non denuncia l’accaduto e inizia un’indagine privata, personale, tra i suoi dipendenti e conoscenti. L’adattamento del romanzo Oh… di Philippe Djian è eseguito con maestria da Verhoeven, che attraverso sadici colpi di scena svela allo spettatore il tragico passato e il frantumato presente familiare di Michéle, una donna solitaria che ha tutto per diventare vittima e che invece si trasforma in Femme Fatale, maturando quasi un scambio d’identità con il suo carnefice.

Da questa altalena tra fragilità e reazione, solitudine e riunione (familiare, aziendale), aggressione e malsana fascinazione, esce fuori la monumentale performance della Huppert che - conscia forse dell’impronta identitaria data per sempre al film - ha ringraziato il regista per la libertà a lei concessa sul set.

Amor ch’a nullo amato amar perdona, Verhoeven ha sposato un gusto vagamente chabroliano per mettere a sua agio la Huppert: analisi della borghesia, battute secche e di raggelante cinismo, interni eleganti, fotografia crepuscolare e la tendenza a partire da un giallo di scuola per indagare i singoli personaggi. Dei suoi anni di lavoro a Hollywood, il regista ha conservato un incalzante senso del ritmo, molto salutare per un thriller di 135 minuti che per la quantità degli argomenti trattati (c’è anche tanto femminismo, tema caro anche a Marine Le Pen), a poco meno di un mese dalle elezioni francesi, è più politico di quanto si possa pensare.